#Sorrisiall’Orizzonte: la storia di Dakarai, “Io, il prescelto nella mia terra natia”

Mi chiamo Dakarai ho 23 anni e provengo dalla Sierra Leone.

Abitavo nella città di Freetown, capitale e maggiore città; ho frequentato le scuole secondarie fino all’università nella facoltà di economia, nella vicina Waterloo.

Alla morte di mio padre ho dovuto interrompere. Lui era capo di un gruppo etnico chiamato Temne ed in questa regione vi é un “gruppo” chiamato Poro Society e, quando sei un capo, necessariamente ne devi far parte.

La tradizione inoltre vuole che il figlio del capo, prima del decimo anno di età, debba aderire a questa organizzazione così da prendere pian piano il posto del padre e di seguito partecipare ai riti tradizionali riservati ai componenti della Poro Society. Per questo motivo, mio padre prima dei 10 anni mi ha fatto partecipare ad una cerimonia interna, così da dimostrare che io sarei stato il suo successore.

In questa occasione sono stato addormentato, penso, per non farmi raccontare quello che mi avrebbero fatto, infatti non me ne sono reso conto. Ricordo solo che c’era un banchetto con tanto cibo e ricordo di essermi risvegliato con delle macchie sulla pancia e schiena, segni indelebili che ho ancora adesso.

Al mio risveglio ho chiesto spiegazioni a mio padre, ma lui non ha proferito parola; gli ho chiesto più volte di tornare dove eravamo stati, ma non mi ha mai portato.

Quando ho finito la scuola primaria, ho lasciato il villaggio per continuare gli studi e sono andato a vivere a casa di mio zio a Waterloo, una cittadina vicina a Freetown, lì sono vissuto per circa dieci anni. Verso la fine del 2016, mia madre mi ha fatto sapere che mio padre stava male, allora sono tornato al villaggio con mio zio. Quando siamo arrivati mio padre era ancora in vita, ma non parlava, sembrava cercasse di dirmi qualcosa, l’unica cosa che si capiva era la parola Poro; non sapevo cosa volesse dire. La mattina dopo mio padre morì.

Quella mattina ho visto delle persone ballare, non sapendone il motivo ho chiesto a mia madre cosa stesse succedendo e lei mi ha spiegato che era una forma di saluto dedicato a mio padre. Di seguito queste persone hanno preso il corpo di mio padre per il rito funebre; le ho seguite perché ero il figlio maggiore, ma loro non mi hanno fatto partecipare alla cerimonia, in quanto secondo loro non ero “adulto” non avendo completato i riti di adesione alla società. In quel momento ho capito che conoscevo poco del mio gruppo sociale e che l’aver vissuto lontano, non mi permetteva di comprendere cosa stesse succedendo.

A seguire dalla sepoltura di mio padre, ho assistito a delle cose mai viste prima: persone che partecipavano in gruppo a ritualità attraverso danze strane, cospargendosi il corpo con il decotto di erbe ritenute capaci di renderli immortali al taglio di strumenti acuminati, mi sono spaventato molto e desideravo ripartire, ma mio zio me lo ha impedito, spiegandomi che ero tenuto a completare il percorso tracciato per me, da mio padre.

Sono rimasto lì per circa un mese ed in quei giorni ho visto prelevare ragazzi e condurli in luoghi “sacri” per partecipare a cerimonie d’iniziazione alla vita adulta. Il mio posto fino ad allora era fra gli osservatori, mi era però stato spiegato che ben presto anche io avrei dovuto partecipare a queste cerimonie; ero confuso e non mi rendevo conto di cosa stesse succedendo.

Un giorno un ragazzo del villaggio mi ha consigliato di fuggire. Ho chiesto maggiori spiegazioni, ma non poteva dirmi altro perché già stava rischiando molto, ha solo aggiunto che quando sarei andato via non avrei dovuto dirlo a mio zio.  Avevo paura ed ero confuso, anche perché non conoscevo il villaggio e non sapevo come scappare.

Il giorno prima della mia iniziazione, il mio amico, senza aggiungere dettagli mi ha chiesto di seguirlo, non sapevo dove mi avrebbe portato. Durante il percorso abbiamo sentito dei rumori e ci siamo accorti che c’erano delle persone che ci inseguivano; ci siamo nascosti, ad un tratto lui mi ha chiesto di non muovermi e li ha raggiunti, ho sentito che gli chiedevano dove io fossi, ma lui ha detto che non lo sapeva. Poi l’ho sentito urlare. Non so cosa gli hanno fatto, a quel punto sono scappato.

Non sapevo dove stavo andando. Raggiunto il villaggio più vicino ho chiesto informazioni per poter partire lontano, mi é stato indicato un gruppo di uomini che stavano andando nella cittá di Konakry in Guinea. Così sono scappato, ma ben presto le guardie mi hanno fermato perché non avevo documenti. Sono stato lì alcuni giorni, poi sono stato rilasciato grazie all’intervento di una donna, a cui poi ho raccontato la mia storia. Lei mi ha dato dei soldi per comprare dei vestiti. Stanco ho vagato per la città e qui sono stato derubato.

Mi servivano soldi per sopravvivere per cui ho iniziato a lavorare aiutando le persone, nel portare valigie e altre cose. È così che ho conosciuto il mio primo datore di lavoro, che mi ha proposto di aiutarlo come facchino; dopo pochi mesi questi mi ha consegnato ad un suo amico. Quel signore mi ha portato in Mali ed abbandonato in un parco, da qui ho proseguito per il Burkina Faso. Non era semplice superare la frontiera, quindi mi hanno portato in prigione. Avrei voluto sentire mia madre, ma ho pensato che se lo avessi fatto, sarebbe venuto mio zio e mi avrebbe riportato indietro, per cui non ho chiamato.

In prigione mi portavano a lavorare durante il giorno e la sera mi riportavano dentro.

Siccome piangevo sempre, un signore mi ha chiesto da dove provenivo e perché ero lì; lui parlava un pò inglese, mi ha detto che non dovevo stare lì perché in quel posto stavano le persone che aveva fatto cose gravi, io invece ero solo in viaggio senza documenti.

Questo signore mi ha aiutato ad uscire di prigione, chiedendo alla sua famiglia di aiutarmi.

Intanto sono venuto a conoscenza che dalla Libia ci si poteva imbarcare per arrivare in Europa; così dopo diversi mesi sono partito, ringraziando infinitamente le persone che mi avevano aiutato.

Mi sono reso conto che quello è stato l’errore più grande della mia vita perché come sono arrivato in Libia mi hanno “incarcerato” senza motivo; mi picchiavano così forte tanto da avere ancora delle cicatrici sulle braccia molto evidenti. Questa organizzazione di carcerieri ci prendevano la mattina e ci portavano a lavorare come schiavi nelle terre e poi la sera ci riportavano in “prigione”.

Una notte sono riuscito a scappare e nei giorni a seguire ho conosciuto un signore che mi ha cambiato la vita. Mi ha ospitato in casa sua e ho lavorato per lui vari mesi. Parlavamo molto del futuro e del desiderio di raggiungere l’Europa; così mi ha organizzato il viaggio dandomi dei soldi e accompagnandomi al porto dove partivano le imbarcazioni e sono partito.

Durante il viaggio, siamo stati colpiti da un temporale e abbiamo iniziato ad imbarcare acqua, in quella nostra traversata sono morte circa 50 persone, noi 70 sopravvissuti siamo stati recuperati in mare da una nave ONG che ci ha salvati.

Arrivati al porto di Siracusa abbiamo avuto i primi accertamenti medici e siamo stati riforniti di cibo e vestiti. Subito dopo io sono stato trasferito in un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) in Toscana dove sono rimasto per un anno.

Qui ho seguito i corsi di italiano e vari laboratori proposti. Ho eseguito anche un tirocinio formativo di tre mesi come magazziniere in un ingrosso di vestiti. Avevo, però, in continuazione pensieri e durante la notte facevo incubi riguardanti la prigionia, le torture subite e sulla mia famiglia. Sono stato così seguito dallo psicologo del centro che mi ha aiutato a gestire questi miei tormenti.

Oggi sono titolare di protezione sussidiaria è vivo in Calabria in uno SPRAR (Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati) oggi chiamato SIPROIMI (Sistema di Protezione per Titolari di Protezione internazionale e per Minori Stranieri Non Accompagnati).

In questo nuovo centro sono rimasto solo tre mesi perché il mio ex datore di lavoro toscano, del tirocinio formativo, mi ha chiamato un giorno per offrirmi un contratto di lavoro come magazziniere nel suo ingrosso di vestiti. Così ho lasciato il paesino calabrese, che mi aveva ospitato e sono tornato nella mia seconda casa.

Se tornassi nel mio paese non mi considererebbero un uomo d’onore perché ho tradito le regole della tradizione e quindi anche il gruppo.

Oggi la mia famiglia è considerata maledetta ed io non potrei più ricoprire il ruolo di capo, ma non avrei potuto vivere in un contesto sociale in cui non mi riconosco.

Ora anche le proprietà di famiglia non ci appartengono più perché la Poro Society si è appropria di tutti i beni.

Oggi, nonostante tuto, vivo più appagato perché il lavoro che svolgo mi piace e spero la mia vita possa andare sempre per il meglio.

A cura di Elisa Servello

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