#Sorrisiall’Orizzonte: la storia di Osahar

Mi chiamo Osahar ho 27 anni e provengo dal Mali. I miei genitori sono morti quando ero piccolo. Non ricordo nulla dei miei genitori e nessuno nel villaggio mi ha mai voluto raccontare qualcosa su di loro. Ho tre sorelle maggiori, figlie dei miei stessi genitori e due fratellastri minori, per parte di mio padre. Ho lasciato il mio paese nel gennaio 2016 perché non andavo d’accordo con mio zio paterno. A causa sua sono andato via. Sono cresciuto con lui dopo la morte dei miei genitori. Mentre mia sorella è stata accolta e integrata nel nucleo familiare e fatta crescere tra le mura domestiche, io non sono mai stato accolto da mio zio. Già dai 3 anni non potevo aver accesso all’abitazione principale né partecipare alla vita familiare né ricevere affetto, cure e protezione delle quali avevo bisogno essendo anche più piccolo. Sono stato relegato a vivere in una baracca adiacente all’abitazione principale nella quale in solitudine trascorrevo le giornate, mangiavo e dormivo. Mio zio mi ha permesso di frequentare la scuola dai 7 anni 10 anni, poi ho dovuto abbandonare per dedicarmi totalmente al lavoro nei campi di sua proprietà. Per molti anni ho creduto che mio zio fosse mio padre non avendo nessun ricordo dei miei genitori naturali, verso i 16/17 anni ho capito come mai lui mi trattava in modo diverso dagli altri bambini e così mi ha informato del vero grado di parentela e della morte dei miei genitori. All’età di 20 anni sono scappato di casa. Sono caduto perché mio zio mi seguiva per impedirmelo ed ho riportato una frattura sul ginocchio sinistro. Per punizione non mi ha fatto mangiare per giorni, ma ha chiamato un dottore per curarmi perché sarei dovuto tornare a lavorare nei campi. Son dovuto tornare a casa e subire maltrattamenti continui. Da sempre lui veniva a svegliarmi col bastone e mi picchiava. Altre volte usava gettare acqua fredda sul viso. Mi sono sempre dato dar da fare e non sono mai stato a casa senza far nulla, ogni scusa era buona per non lasciarmi riposare. Solo io venivo trattato così, tutti gli altri miei fratelli e sorelle no, loro venivano trattati come figli. Quando andavo a lavorare nei campi, il mio vicino di campo era un anziano. Un giorno, mentre lavoravo mi ha detto di star attento a mio zio perché era geloso di me e che lui tempo addietro, avrebbe consultato un “Sarlatan” per conoscere la mia vita nel futuro e questo gli avrebbe detto che possedevo un “Jin” e che un giorno sarei diventato ricco. Anche l’anziano è un “Sarlatan”, quindi quando ti vede sa la tua vita!

Grazie a questo episodio, ho saputo per quale motivo mio zio fosse contro di me. Tutti gli altri di casa, mia zia, i miei fratelli e cugini mi trattavano bene. Ho cercato di parlare con un suo amico, che ha cercato di mediare, ma lui successivamente è venuto nei campi per picchiarmi. Da allora ho sempre avuto paura di parlare con qualcuno della mia situazione.  Ho provato quindi a riscappare dopo due anni, avevo 22 anni, questa volta ci sono riuscito. Sono andato a Sègala a piedi e sono rimasto lì per un mese. Lì ho conosciuto un camionista che andava a prendere le merci in Algeria. Quando gli ho spiegato la mia situazione, mi ha chiesto soldi per il viaggio, ma io non ne avevo. Allora mi ha proposto di aiutarlo a scaricare la merce e lui in cambio mi avrebbe portato in Algeria. Arrivato in Algeria ho trovato lavoro come muratore grazie alle conoscenze che aveva il camionista. Sono rimasto a lavorare lì per otto mesi, soggiornando di notte in sistemazioni precarie con altri migranti. In questi alloggi di fortuna io e gli altri migranti siamo stati spesso oggetto di aggressioni e furti da parte di bande locali.

In queste occasioni ho conosciuto un uomo che mi ha promesso aiuto. Così sono andato via dall’Algeria verso la Libia. Solo in Libia ho compreso di essere stato venduto come schiavo ad un padrone. Di seguito sono stato venduto ad un secondo padrone che dopo un periodo ha deciso di allontanarmi e farmi imbarcare. Inizia così il mio viaggio verso l’Italia, senza speranze e progetti precisi, ma soltanto con il desiderio di allontanarmi il più possibile dal Mali. Sono arrivato in Sicilia nel giugno 2017, ricordo con gioia i primi soccorsi da parte della Croce Rossa e le ONG presenti sul posto. Finalmente venivo considerato come un essere umano, trattato con cura, accudito, ascoltato e ritenuto esercente di dignità umana. Questo ha rappresentato “il mio secondo mondo”, la mia rinascita in una terra nuova. Da qui sono stato trasferito in un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) in Toscana per un anno. Da subito ho potuto seguire i corsi di Italiano, i laboratori di agricoltura e artigianato. Ho istaurato con gli operatori un bellissimo rapporto che tutt’oggi mantengo. Nonostante le mie giornate passassero in tranquillità, spesso mi sentivo molto triste. La notte riuscivo a dormire poco perché i brutti ricordi offuscavano la mia mente, la paura che mio zio potesse ritrovarmi mi stringeva la gola. Di ciò ne ho parlato con la mia operatrice di riferimento e ho iniziato un percorso psicologico. Nel frattempo ho fatto domanda di Protezione internazionale presso la Commissione Territoriale e successivamente ho avuto risposta positiva con il riconoscimento della Protezione Sussidiaria.

Sono stato trasferito, quindi, in uno SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) in Calabria, in provincia di Catanzaro; oggi chiamato SIPROIMI (Sistema di Protezione per Titolari di Protezione Internazionale e per Minori Stranieri Non Accompagnati). In questo centro ho incontrato persone accoglienti e molto disponibili. Ho seguito i corsi interni di italiano, i laboratori di fotografia e di cucina. In quest’ultimo laboratorio ho scoperto la mia passione per la cucina, in particolare per i dolci. Molto spesso, infatti, con le operatrici preparavamo dei dolci italiani, così da imparare e assaporare nuovi sapori. Anche nei turni di cucina mi piaceva sperimentare e imparare dei nuovi piatti. Mi sentivo appagato e contento di intraprendere una nuova vita, fatta di soddisfazioni e sorrisi. Da qui è partito l’impulso per partecipare ad un tirocinio formativo in una pasticceria della zona, conclusasi con un contratto di lavoro.

Da un anno lavoro nel laboratorio della pasticceria, ogni giorno imparo nuove ricette e vedo realizzare delle torte che sono capolavori. Spesso sento la mancanza della mia famiglia e della mia terra, ma oggi sono felice e appagato; grato per aver avuto una seconda possibilità di vita, finalmente serena e soddisfacente.

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