#Sorrisiall’Orizzonte: La storia di Bobo

Io dal Gambia, un piccolo paese con grandi speranze

Mi chiamo Bobo, ho 20 anni e provengo da un paese del Gambia. Sono arrivato in Italia tre anni fa come MSNA (Minore Straniero Non Accompagnato) avendo all’epoca appena 17 anni. La mia storia di emigrazione verso l’Italia è nata durante un lungo periodo di forte instabilità politica.

Dal 1965, anno d’indipendenza del paese dal Regno Unito, il Gambia ha visto solo due Presidenti: Dawda Jawara e Yahya Jammeh, che prese il potere nel 1994 con un colpo di stato, restando in carica fino alle elezioni tenutesi il 1 dicembre 2016. Jammeh è stato sempre considerato un dittatore pericoloso soprattutto per la sua imprevedibilità. Pur avendo garantito una certa stabilità politica nel paese (una rarità nel continente), Jammeh è stato responsabile di numerose violazioni dei diritti umani come episodi di tortura, violenze e di incarcerazione coatta soprattutto nei confronti di giornalisti e dei suoi oppositori politici, contro gay e lesbiche, ma anche con chiunque andasse contro la sua dittatura.

In questo contesto politico il paese ha continuato a sopravvivere senza una vera visione del proprio futuro. Non solo la mancanza di opportunità lavorative, ma anche le recenti siccità che hanno peggiorato i raccolti, hanno fatto sì che il Gambia diventasse un paese di forte emigrazione, con un’enorme diaspora in Italia, Spagna e Stati Uniti.

Nel paese coesistono pacificamente più di sei gruppi etnici, i principali sono mandinga, fula, wolof, jola, serere e serahule. Si tratta di gruppi tipici della regione “Senegambia”, ognuno dei quali ha una propria lingua e proprie tradizioni, ma strettamente collegati ormai grazie ai sempre più frequenti matrimoni misti. Quasi tutti i gambiani parlano infatti tre o quattro lingue: l’inglese, lingua veicolare e coloniale, la lingua della propria famiglia, e spesso conoscono almeno una o due altre lingue parlate nel paese. Lo stesso Jammeh, negli ultimi anni aveva cercato di rompere il fronte di oppositori che si stava facendo largo nel paese puntando su incarcerazioni, torture e anche sulle divisioni etniche, appoggiando soprattutto il gruppo dei fula. Fortunatamente il piano di Jammeh non ha avuto presa sulla popolazione stanca di bugie e di atti di forza; il primo dicembre le elezioni hanno inaspettatamente portato alla vittoria il candidato della coalizione del partito di opposizione, Adama Barrow.

I fatti che hanno seguito le elezioni sono stati seguiti da molti giornali internazionali. Sette giorni dopo essersi congratulato pubblicamente nel corso di un programma televisivo con il vincitore, Jammeh ha fatto marcia indietro, dichiarando di rifiutare il risultato elettorale, accusando sotterfugi e interrompendo le manifestazioni di gioia che si stavano tenendo in tutte le strade del paese.

Da allora e per più di un mese, la comunità internazionale ha lavorato per convincere Jammeh a ritirarsi pacificamente. Il paese è rimasto in stallo per settimane. Nella data di inaugurazione del mandato del nuovo presidente Barrow, la situazione si è fatta sempre più tesa. Ogni negoziazione sembrava fallire, fino a quando Jammeh ha dichiarato tre mesi di stato di emergenza nel paese. In una tensione sempre più crescente, con Adama Barrow rifugiato in Senegal e costretto a inaugurare il proprio mandato da Dakar; allo scadere dell’ennesimo ultimatum, alcune truppe senegalesi sono entrate in Gambia per fare pressione su Jammeh affinché si ritirasse. Finalmente, il 21 gennaio Jammeh ha accettato di lasciare il paese, convinto da numerosi mediatori che gli hanno promesso qualunque immunità purché accetti di andarsene senza scatenare violenze. Il Gambia ha potuto festeggiare, la gente è tornata nelle strade, i negozi hanno riaperto e la vita è ricominciata.

Dopo aver raccontato la situazione del mio paese negli ultimi anni, ecco ciò che ha provocato la mia partenza. Negli anni di dittatura del presidente Jammeh, la mia famiglia ha subito varie ingiustizie e violenze.

Mio padre era titolare di un negozio di alimentari nel paese e faceva parte di un gruppo di opposizione per la dittatura del presidente. Andando contro ciò che professava e obbligava il presidente, siamo stati perseguitati per anni. Hanno incendiato il negozio di mio padre e la sua macchina, abbiamo subito minacce tutta la famiglia, tanto ad arrivare un giorno all’uccisione di mio padre da parte dei seguaci di Jammeh. Dopo ciò io ero rimasto l’unico uomo di famiglia e quindi i seguaci mi davano la caccia. Con mia mamma e le mie sorelle, abbiamo deciso di scappare in Senegal da una sorella di mia madre. Lì ho maturato la volontà di partire per l’Italia, così da poter essere più lontano possibile da chi mi minacciava; ho potuto quindi lavorare con mio zio che possedeva dei terreni. Con i soldi di mio padre che ci aveva lasciato da parte e quelli che avevo racimolato con il lavoro nei terreni, sono partito dal Senegal; attraversato Mali e Niger, fino ad arrivare in Libia. Sono stati mesi duri; quando capitava, riuscivo con altri ragazzi ad essere ospitato da famiglie del posto oppure ci adattavamo con giacigli di fortuna. Ho anche attraversato il deserto per diversi giorni. Arrivato in Libia, sono stato cinque mesi lavorando per racimolare l’altra parte di soldi che mi serviva per il barcone. Il lavoro in Libia è stato molto duro perché ci trattavano come schiavi, come animali. Non avevamo orari regolari, venivamo sfruttati; l’unica cosa che può salvarti da questa tortura è la voglia di avere tutti i soldi che consentono di partire.

Finalmente mi sono potuto imbarcare in una notte di Aprile e arrivare dopo giorni a Siracusa, salvati da una ONG. Dopo lo screening iniziale, sono stato trasferito in un CAS (Centro Accoglienza Straordinaria) per 3 mesi nella provincia di Napoli. Essendo minore sono stato trasferito subito dopo in una SPRAR (Sistema Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) per MSNA (Minore Straniero Non Accompagnato) nella provincia di Catanzaro; qui sono stato 9 mesi, ho frequentato la scuola e ho potuto attivare un tirocinio formativo in un negozio di infissi. Intanto ho potuto far domanda in Commissione Territoriale di Protezione Internazionale.

Diventato maggiorenne e dopo aver concluso il tirocinio, sono stato trasferito in un altro Sprar (Sistema Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) questa volta per adulti, sempre nella provincia di Catanzaro. Qui ho continuato la scuola, non avendo con me la certificazione di aver frequentato la scuola nel mio paese per 10 anni, ho conseguito il diploma di scuola media; poi arrivata la risposta positiva dalla Commissione Territoriale e quindi dopo aver ricevuto la Protezione Internazionale, ho potuto frequentare un corso di operatore di base che infine mi ha rilasciato un attestato.

Oggi sono uscito dallo Sprar e vivo insieme ad altri miei connazionali, con l’attestato sono riuscito ad avere un contratto di lavoro e frequento la scuola serale per conseguire al diploma di scuola superiore.

Sono molto sereno ora, penso spesso alla mia famiglia a cui mando sempre soldi per mantenersi. Mi manca molto il mio paese e i miei amici gambiani. Spero un giorno di ritrovarmi con loro qui in Italia ed essere felici.

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