#Sorrisiall’Orizzonte: Malaika – “La forza di rinascere”

Mi chiamo Malaika ho 22 anni e provengo da un territorio povero che costeggia il Delta del Niger,  dove è difficile coltivare la terra perché è danneggiata dai riversamenti di petrolio, anche la pesca è limitata per lo stesso motivo.

Il mio è un paesino dove gli uomini ed i giovani figli, sostengono la famiglia coltivando i pochi campi rimasti integri, le donne aiutano gli uomini e contemporaneamente si occupano dei figli. Non è un posto tranquillo, né per il futuro dei propri figli, né per i rischi a cui sono sottoposti gli abitanti del luogo, specie le donne che spesso sono vittime di violenza.

Io quando ero in Nigeria, aiutavo mia madre per crescere i miei fratelli, ho potuto frequentare la scuola solo fino all’età di 14 anni, poi la mia famiglia ha richiesto il mio sostegno in casa ed ho dovuto lasciare lo studio.

Un giorno una donna del paese ci ha raccontato dei viaggi in Europa che altri nostri connazionali avevano intrapreso. Questa signora ha poi proposto ai miei genitori di farmi partire per l’Italia ed in cambio della spesa da sostenere, ha proposto di darmi da lavorare nella sua casa, per almeno un anno. I miei genitori, con l’intento di potermi offrire un futuro migliore, hanno accettato, sapendo che non avrebbero mai potuto permettersi quella somma.

Per un anno mi sono trasferita a casa della signora e ho lavorato per lei. Mi occupavo delle pulizie, di cucinare ed accudire i figli. Mi trovavo bene e durante la notte sognavo un futuro più sereno e per me e per una mia futura famiglia, immaginavo inoltre come potesse essere l’Italia e le persone che avrei incontrato.

Un giorno la signora mi disse che l’indomani sarei partita con suo figlio Bakari, verso la Libia e che lì avrei preso una nave che mi avrebbe condotta in Italia. All’alba siamo partiti e ci sono voluti diversi giorni nell’attraversare il Niger a piedi e con altri mezzi di trasporto di fortuna. Dopo giorni siamo arrivati in Libia, a Bengasi, ma la situazione che mi è comparsa dinnanzi non era come l’avevo immaginata. Davanti i miei occhi c’era la devastazione. Siamo stati consegnati ad un “gruppo organizzato” che avrebbe dovuto aiutarci a trovare un’imbarcazione per raggiungere le coste dell’Europa, invece siamo stati portati in un piccolo capannone insieme ad altre 50 persone e lì siamo rimasti per molto tempo, quasi un mese. Era un locale dismesso dove abbiamo vissuto in condizioni disumane, mangiavamo pochissimo, spesso solo qualche pezzo di pane con acqua. Per lavarci andavamo a turno in bagni fatiscenti, con la presenza delle guardie, lì con poca acqua fredda cercavamo di lavarci e di lavare i pochi panni che avevamo per cambiarci e non sempre era possibile farlo. Se ci ribellavamo ci picchiavano. Ricordo ancora la volta in cui mi protestai per la poca acqua a disposizione per lavarmi e di come una guardia senza scrupoli iniziò a picchiarmi violentemente, tanto da lasciarmi cicatrici tutt’ora mie compagne di vita.

In questo posto, molte di noi hanno subito violenza sessuale da parte dei vigilanti, è difficile spiegare cosa si prova, è indescrivibile descrivere i volti di quegli uomini che ridevano e ci schernivano mentre approfittavano di noi. Queste, sono sensazioni che ricompaiono nelle mie notti insonni e che ancora oggi sento sulla pelle, sensazioni che nemmeno la spugna più grezza riuscirà a portare via, certe volte mi ritrovo a strofinare sino a far uscire il sangue, ma non serve!

Un giorno  scoppiò un incendio vicino al capannone e mentre le guardie erano occupate a spegnere il fuoco, noi siamo riusciti a scappare. Diretti al porto di Bengasi, abbiamo trovato un barcone che stava per partire e così ci siamo imbarcati senza pensarci due volte. In questo barcone eravamo più di 100 persone tra uomini, donne e bambini, tutti stretti, c’era chi pregava, chi dormiva, chi piangeva, chi cercava di far star buoni i bambini. Quando qualcuno si lamentava veniva picchiato e minacciato di essere buttato in mare.

Eravamo così stretti da non poter muovere le gambe, tanto che un ragazzo quando è arrivato in Italia ha avuto necessità di un ricovero urgente, perché i suoi piedi erano neri come il carbone.

Dopo alcuni giorni di mare, la Guardia Costiera Italiana ci ha salvati e ci ha condotti a Lampedusa. Qui i medici ed i volontari si sono presi cura di noi, con visite mediche, cibo, acqua e con “buone parole” che ci hanno confortato.

Il giorno dopo io e Bakari, il figlio della signora nigeriana, siamo stati divisi perché io sono stata trasferita in Calabria e lui in Sicilia.

Io sono arrivata in un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) in un paesino della provincia di Catanzaro dove sono rimasta diversi mesi, poi sono stata trasferita in uno SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) sempre in un paesino della provincia di Catanzaro.

Seppur felice per il calore con cui eravamo stati accolti, sentivo una forte difficoltà nel dare fiducia agli operatori maschi dei centri di accoglienza, anche se si comportavano bene con me.

Oggi posso solo ringraziarli ed essere grata per tutte le volte che mi hanno regalato un sorriso ed hanno cercato di comprendere le mie paure ed è grazie ad uno di loro che ho iniziato a frequentare un ambulatorio di psicologia transculturale, dell’Azienda Sanitaria di Catanzaro. Non conoscevo “questa cura dell’anima”, ma devo dire che oggi ho iniziato a ridare fiducia alle persone ed anche le notti sono più serene. Non potrò mai dimenticare, ma ora sto meglio.

In questi periodi, ho imparato l’italiano, grazie ai corsi che si tenevano nei centri di accoglienza e poi ho frequentato anche la scuola serale ed ho preso la licenza media.

La mia storia di vita è stata accolta dalla Commissione territoriale che ha riconosciuto la protezione internazionale.

Da quasi  quattro anni vivo nello stesso paese che mi ha accolto, abito in una piccola casa molto accogliente assieme ad un’amica e spero pian paino di potermi rendere autonoma. Per mantenermi durante il giorno accudisco i figli di una signora e la sera lavoro presso un ristorante, riesco anche a mandare qualche soldo a mia madre e ciò mi rende felice.

Cosa mi manca? La mia famiglia, vorrei poter pensare che vivono in pace  e così anche per il mio amico Bakari e la sua mamma.

Quello che ho nel cuore è la gratitudine per i miei familiari e per tutti coloro che mi hanno aiutato, ma anche la sensazione mista di dolore e speranza che silenziosa mi accompagna nelle mie giornate.

Nel futuro mi piacerebbe anche aiutare chi è difficoltà, come lo sono stata io e per questo vorrei frequentare un corso di formazione per diventare mediatore culturale e contribuire a riconoscere fra i profughi le vittime di violenza.

Spero un giorno questi sogni possano realizzarsi.

A cura di Elisa Servello

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