#IlSorrisodelfuturo: Falcon Heavy: il vero merito di Elon Musk nell’impresa

In un momento in cui l’economia spaziale sembrava bloccata da una penuria endemica di risorse economiche, il settore privato ha fatto un balzo in avanti improvviso. Aziende come Blue Origin e Virgin Galactic hanno invaso il settore in aperta concorrenza verso le società pubbliche come la NASA.

L’ultimo colpo di coda è stato inflitto dall’ennesima azienda privata: SpaceX il 6 febbraio 2018 è riuscita a spedire in orbita il Falcon Heavy, il razzo vettore più potente del mondo (dopo i Saturn diretti verso la Luna), dimostrando che anche una piccola azienda può fare la differenza in un campo complesso come è quello dell’astronautica.

La svolta che Elon Musk, il suo fondatore, ha segnato nell’ambito spaziale prevede un modello di business basato su due concetti chiave: la componibilità e la riusabilità. Il Falcon Heavy, infatti, è un razzo vettore formato da tre Falcon 9, razzi più piccoli con 9 motori ciascuno. Inoltre, il Falcon Heavy è riutilizzabile perché mentre il vettore (e il suo carico di 64 tonnellate) finisce in orbita, i tre Falcon 9 sono stati progettati per ritornare sulla terraferma. Il tutto alla modica cifra di 90 milioni di dollari, contro i 300-500 milioni del più diretto concorrente, Atlas IV di United Space Alliance per un carico di sole (?!) 32 tonnellate.

Il lancio del Falcon Heavy e il ri-atterraggio di due (su tre) Falcon 9 è stato – come sappiamo – un grande successo. Ma ciò che più ha fatto discutere è stato il metodo di coinvolgimento del pubblico per un lancio che, a detta dello stesso Elon Musk in un’intervista precedente all’impresa, avrebbe avuto soltanto il 50% di probabilità di andare a buon fine.

Scegliere di mostrare il lancio in diretta streaming su Youtube è stata solo una delle scelte strategiche che ci hanno fatto stare con il naso incollato sui monitor nella sera del 6 febbraio. La scelta di utilizzare come carico di prova una Tesla Roadster (anziché un peso neutro come si fa di solito) ha fatto esaltare il pubblico in modi diversi. Da un lato, le persone sono rimaste affascinate dalle suggestive riprese fatte all’auto, con a bordo la nuova tuta spaziale di SpaceX e la Terra sullo sfondo. Dall’altro, molti hanno gridato all’incredibile campagna di marketing rivolta allo stesso tempo alle due aziende di Musk – SpaceX e Tesla.

Non solo: il singolare carico è stato costellato di piccoli dettagli che hanno portato l’umanità a sentirsi, insieme al manichino-astronauta Starman, proiettata nello spazio. La scritta “Don’t Panic” (citazione de “La Guida Galattica per Autostoppisti”), la canzone Space Oddity di David Bowie a tutto volume e altre piccole perle, come il “Made on Earth by Humans” impresso sui circuiti di bordo, non sono – soltanto – mere trovate di marketing.

Parliamo invece di un’ironia che caratterizza Elon Musk da sempre, come è possibile leggere nella sua biografia a cura di Ashlee Vance. E la conseguenza di questa ironia è stata davvero singolare. Riempire il carico del Falcon Heavy di dettagli ironici così umani ha portato le persone a sentirsi coinvolte nel lancio, a empatizzare con il manichino Starman seduto in uno strumento umanissimo come un’auto ad ascoltare musica nel suo improbabile viaggio ai confini dell’Universo.

Utilizzando questo espediente ironico, il vero merito di Elon Musk è quello di aver riavvicinato il pubblico allo spazio, di aver ispirato le persone a pensare in ottica di specie umana e non soltanto di individualità, di aver reso “cool” un noioso lancio di prova di un razzo e, di conseguenza, di aver acceso il dibattito pubblico sulle spesa dei governi nelle imprese spaziali. Infatti, Elon Musk ha dimostrato che non ci sono scuse economiche che tengano: è possibile, con le sue strategie, effettuare molti lanci in tempi brevi. Quindi le società pubbliche che fanno ricerca in questo campo dovrebbero adeguarsi di conseguenza.

Aziende private come SpaceX stanno imponendo la loro personale visione di scienza, ripensata in un’ottica moderna: agile, legata al business, e di grande valore per tutto il genere umano.

Ma siamo davvero sicuri che la scienza debba per forza legarsi al business per apportare valore al genere umano? È questo il tema trasversale che si apre dopo la singolare presa sul pubblico del lancio del Falcon Haeavy. Il mancato interesse dei cittadini per le scoperte scientifiche, considerate noiose e lontane dalla realtà, ha costretto molti ricercatori a spingere le proprie ricerche oltre il consentito per poter fare un po’ di clamore e ottenere una qualche pubblicazione. Le stesse riviste scientifiche scelgono di pubblicare soltanto quelle ricerche che possano attrarre le imprese – e quindi i loro soldi, portando gli scienziati a gonfiare inutilmente i propri dati.

In un mondo che fatica a stupirsi per la conoscenza, i modelli di business come quelli di Elon Musk (presente in tutte le sue aziende) hanno avuto il pregio di riportare l’interesse pubblico verso temi altrimenti ritenuti poco interessanti: l’ecologia, lo spazio, la mobilità. Ma davvero abbiamo bisogno che un’azienda ci faccia tornare l’interesse per ambiti che prima erano appannaggio di realtà squisitamente scientifiche?

In altre parole: davvero abbiamo bisogno di una macchina sparata in orbita per interessarci allo spazio? Se non ci fossero state quelle chicche ironiche scelte da Elon, ci saremmo ugualmente interessati a questa impresa?

Non rischiamo, in questo modo, di rendere manipolabile il nostro interesse culturale al punto che qualsiasi brand (da Tesla in poi) possa utilizzarlo per i propri scopi commerciali?

Dobbiamo tornare a parlare con interesse della conoscenza. Questo è l’unico modo per proteggerci da un’ideologia di business pronta a sacrificare l’ultimo pezzo di umanità che unisce le popolazioni di tutto il mondo.

Pensate all’ultima decisione di Trump di interrompere il finanziamento pubblico per la Stazione Spaziale Internazionale – ISS: fino ad ora gli esperimenti svolti sulla ISS mettevano d’accordo americani, russi, europei, giapponesi e canadesi, in un accordo che supera le incomprensioni politiche. Era l’ultimo baluardo pacifico rimastoci, dove le società univano le forze per raggiungere un ideale che non ha alcun impatto economico: la scienza. Con l’azione di Trump il risultato sarà che la ISS, per sopravvivere, dovrà aprirsi ai privati, il cui unico interesse è quello di vendere beni o servizi. La scienza può essere sicuramente utilizzata per scopi commerciali, ma ci sono alcune cose che, invece, non attrarranno l’interesse degli investitori privati. Come finirà? Avremo una miriade di aziende che porteranno il loro brand nello spazio, soltanto per fare incredibili campagne di marketing?

Se il Falcon Heavy ha aperto una breccia nel nostro interesse rivolto allo spazio, rendendo un po’ più fattibile il desiderio esplorare i pianeti adiacenti al nostro, non lasciamo che tale interesse venga deturpato ulteriormente da altri brand, anche se questi ci ricordano, nella loro mission, che dovremmo sentirci ancora parte di un’unica specie. La loro mission è splendida, ma è – appunto – una mission aziendale. E la razza umana, per fortuna, non è ancora un’azienda.

 

Per approfondire:

Il modello di business di SpaceX: Leopoldo Benacchio, “La filosofia spaziale di Elon Musk”, Nòva24 (Il Sole 24 Ore), 635, 11/02/2018.

Biografia di Elon Musk: Ashlee Vance, “Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico”, Hoepli, 2017.

Articoli scienrifici gonfiati per essere pubblicati: David Larousserie, Catherine Frammery. “Pubblicare a tutti i costi”. Le Monde, Le Temps; riportati su Internazionale, 1242, 9/15 febbraio 2018, pp 56-60.

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