Umani e umanoidi: vivere con i robot secondo Cingolani e Metta

Se vi incuriosisce lo sviluppo della robotica e delle moderne tecnologie, il libro di Cingolani e Metta non può mancare dai vostri scaffali. Pubblicato quest’anno e intitolato “Umani e umanoidi, vivere con i robot”, il libro fornisce una panoramica puntuale dello stato dell’arte e delle prospettive future della robotica, in particolare quella umanoide. Non occorre essere esperti in materia per comprendere il breve libro (180 pagine, contando anche varie appendici aggiuntive) dal prezzo contenuto (15 €), scritto dal fisico Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, e dall’ingegnere Giorgio Metta, direttore dell’iCub Facility sempre all’IIT. Ho voluto riassumere il libro, traendo le cose più importanti dal punto di vista psicologico e rimandando il lettore alla lettura delle parti più articolate e interessanti.

Con il miglioramento crescente della tecnologia nel mondo, letteratura e cinematografia fantascientifiche si sono sbizzarrite a rendere i robot, creati per essere al servizio dell’uomo, sempre più “umanizzati”: non solo hanno tratti fisici simili a noi, ma sono spesso capaci di forti emozioni (tipicamente umane) come rabbia, sofferenza e affetto, per le quali si trasformano in strumenti di terrore o di amore nei confronti dell’uomo. È su questo punto che Cingolani e Metta introducono il loro libro, lasciando sottintendere come questo retaggio culturale influenzi l’accettazione che l’uomo ha della tecnologia robotica di stampo umanoide. Se si pensa al robot come “uno di noi”, capace dunque della variegata gamma di emozioni umane, è normale credere che la creazione di “simil-persone” (gli umanoidi) vada contro l’etica e generi preoccupazioni di ribellione o sofferenza dell’oggetto creato. Ma, come i due ricercatori ribadiscono con forza sia nel loro libro che in numerose interviste e seminari (come quello al WIRED Next Fest), la riproducibilità delle emozioni umane, ovvero del sistema ormonale che ci permette di provare gioia, tristezza, amore e sofferenza, non è concretamente possibile né auspicabile. Anche se lo scopo è quello di fare entrare i robot nella nostra realtà quotidiana, lo scopo non è quello di sostituirsi all’uomo nelle relazioni sociali, ma in quelle lavorative di vario genere, come vedremo in questo articolo.

La copertina del libro

Ma perché è necessario creare dei robot umanoidi nel nostro immediato futuro? I motivi principali sono tre: longevità, sovrappopolazione ed economia manifatturiera.

  1. Longevità: Secondo le stime presentate nel libro, in Europa l’etàmedia (oggi di 47 anni) si alzerà al punto tale da farci ritrovare con circa un terzo della popolazione europea con oltre 65 anni, contro l’odierno 18 %.« Per assicurare ai più anziani un invecchiamento dignitoso e sostenibile, saranno necessarie forme di welfare completamente nuove: un paradosso per cui il vecchio welfare, quello che nelle società avanzate ha consentito all’individuo di vivere a lungo, richiederà un nuovo welfare per consentire agli anziani di invecchiare bene. » p. 19 Con un rapporto tra cittadini lavoratori (tra i 19 ei 65 anni) e gli anziani inattivi che sfiora il 1:1, sarà necessario dunque trovare una soluzione al problema dell’assistenza agli ultrasessantacinquenni, che l’uomo più giovane non potrà più fornire come prima. L’utilizzo di robot umanoidi totalmente calati nella nostra vita quotidiana permetteranno di risolvere questo problema, sostituendo le persone di tutte le età nel compiere compiti domestici di tutti i tipi, come pulire la casa, fare il caffè, accompagnarei figli a scuola, aiutare l’anziano a rispondere a telefono, cucinare, somministrare farmaci, e tantoaltro ancora.
  2. Sovrappopolazione: Collegato al problema del vecchio welfare, le società più avanzate permettono non solo di vivere più a lungo, ma anche di prevenire numerose malattie e incidenti mortali che porteranno all’aumento della popolazione mondiale (fino ai nove miliardi nei prossimi vent’anni). Ciò implica la necessità di un controllo più avanzato e puntuale dell’organizzazione di fenomeni urbani come la viabilità, lo smaltimento dei rifiuti e le manutenzioni delle infrastrutture. I robot potranno intervenire sia in lavori ripetitivi e semplici che nei compiti più pericolosi ed estremi, lavorando anche nelle emergenze e grandi catastrofi, e permettendo all’uomo di utilizzare le sue risorse intellettive per ambiti più complessi, che richiedono quell’intelligenza ed emotività prettamente umane.
  3. Economia manifatturiera: Nonostante la maggior parte del prodotto interno lordo (pil) delle nazioni più avanzate tecnologicamente proviene dai servizi, almeno il 30 % appartiene all’industria manifatturiera. Puntando sul potenziamento dell’high tech, la necessità di un enorme numero di robot che possa essere al servizio di ciascun cittadino permetterà agli umanoidi di diventare i prodotti principali dell’industria manifatturiera avanzata. La costruzione massiva dei robot farà dunque girare l’economia di una nazione, permettendo a chi investe nella tecnologia e nella ricerca scientifica di incrementare enormemente il proprio pil.

Quali sono i principi da seguire per creare robot simili all’uomo? Per creare robot umanoidi è necessario, a livello tecnico, fare collaborare scienze matematiche e scienze umanistiche al fine di avere una maggiore consapevolezza delle reali capacità esercitate dall’uomo nel suo vivere quotidiano. La scienza odierna, tuttavia, tende a separare le capacità del cervello da quelle del corpo, limitando la riproduzione fedele di quell’armonia tipica degli umani e animali tra queste due parti. Soltanto di recente ci si è resi conto che il dualismo cartesiano (che separa le discipline umanistiche – la mente – da quelle tecniche – il corpo) è limitante nel campo scientifico, e porta a una non-visione dell’insieme: l’uomo, nella sua totalità.

« Pensare di poter sviluppare separatamente la parte mente (intelligenza artificiale) e la parte corpo (robot e meccatronica) è impossibile. Questo ha generato il cosiddetto Robotic Bottleneck (il collo di bottiglia della robotica), per cui un robot non sarà mai realmente capace di fare cose complesse almeno finché sarà inteso come una macchina meccanica controllata da un computer. » p.28

Nel dettaglio, il libro parla di due principi specifici dell’uomo, che la robotica dovrebbe perseguire:

  • La “semplicità complessa” o “simplexity”,che consiste nell’economia funzionale tipica dell’essere umano, dove la maggior parte dei movimenti e procedimenti appresi vengono svolti in automatico, utilizzando il minimo delle energie possibile per risultati molto complessi (per esempio, possiamo a guidarel’auto senza dover pensare a tutti i movimenti necessari per farlo, riuscendo persino a compiere altreazioni complicate come parlare o ascoltare la radio). Il robot è ancora vincolato a questo limite,perché per svolgere un’azione apparentemente semplice come, ad esempio, camminare, ha necessità di controllare il proprio baricentro, percepire sotto i piedi la natura del suolo, calcolare l’indice dipendenza del pavimento, coordinare gambe e braccia per non perdere l’equilibrio, individuare esuperare gli ostacoli, ecc. L’uomo, invece, riesce a camminare senza pensare a come deve farlo. Il concetto di semplixity è utile, in robotica, perché i calcoli da effettuare per compiere una data azione sarebbero più semplici e, di conseguenza, farebbero diminuire le dimensioni del “cervello”del robot e permetterebbero un notevole risparmio energetico.
  • La “computazione morfologica”, cioè la capacità tutta umana di adattare i movimenti muscolari a tutti i tipi di ambiente, in tempo reale. Per farlo, non utilizza solo il controllo cerebrale, che richiederebbe troppo tempo, ma sfrutta l’elasticità e l’adattabilità intrinseche nei nostri muscoli e ossa. Questo è ciò che impedisce al robot di compiere movimenti con la nostra stessa armonia e flessuosità. Ciò non vale soltanto con l’apparato muscoloschelettrico, ma compete anche i cinque sensi, che devono adattarsi a un ambiente mutevole e sempre nuovo.

 

La velocità e la potenza d’elaborazione di un cervello umano, dunque, non è paragonabile a quella di un’intelligenza artificiale e, secondo gli autori, l’unica soluzione alternativa al creare robot molto veloci ma stupidi o intelligentissimi ma inutilizzabili (perché necessiterebbero di computer enormi e di grandi quantità di energia), è quella di

« costruire robot semplici ma che condividono la loro intelligenza e la capacità di calcolo in un grande respository (il cloud) accessibile a tutte le macchine in maniera molto veloce. »p.31

NAO, il robottino francese progettato dalla Aldebaran
Robotics, viene anche utilizzato per educare bambini con diverse patologie, come diabete o
autismo

Ma i problemi derivanti dai robot non sono solo di tipo tecnico- ingegneristico: ci sono numerosi quesiti etici, psicologici, lavorativi e legali che bisogna risolvere prima di inserire i robot all’interno della nostra quotidianità. A livello etico, le preoccupazioni riguardano la presa decisionale: l’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence o AI) permetterà ai robot di prendere decisioni operative, e bisogna chiedersi cosa è giusto che decidano e cosa rimane ancora appannaggio prettamente umano. A livello psicologico si teme, invece, un progressivo isolamento dell’essere umano, che arriva a non comunicare col suo vicino di stanza se non attraverso un robot. Era lo stesso timore che si aveva con l’avvento della telefonia mobile, e non si può dire che non sia un problema reale: la tecnologia porta in seno un’enorme attrattiva per l’uomo, grazie al suo soddisfare di bisogni impellenti nell’immediato. Secondo gli autori, tuttavia,

<< Più che parlare di un isolamento dell’essere umano, si dovrebbe parlare di un diverso modo di essere dentro la realtà.>> p.49

Realtà intesa come fatta di stimoli prevalentemente visivi, più veloci e intuitivi di quelli verbali, che portano la persona a comunicare con molte più persone allo stesso tempo, anche se queste sono dall’altra parte del mondo e, nello stesso momento, avere relazioni anche col mondo reale che ci circonda, fatto di oggetti, informazioni ed eventi. La robotica umanoide, dunque, porrebbe un nuovo livello tra quello del reale e dell’irreale (accessibile tramite internet), fungendo da mediatore attivo (e non più passivo, come il PC) tra noi e il mondo vicino e lontano.

Un’altra preoccupazione, che però aggiungo io, è l’estrema sedentarietà che si rischia di ottenere utilizzando questo tipo di tecnologie. Già con l’avvento del personal computer le persone, sia per lavoro che per uso quotidiano, hanno incrementato le loro ore passate seduti, superando anche le ore che si trascorrevano davanti alla televisione. Le patologie dovute ad uno scarso movimento fisico, spesso unite a un’alimentazione sbagliata, non solo sono ad alta mortalità per l’individuo, ma anche molto costose per la società. Sarà necessario, a mio parere, trovare delle soluzioni per sfavorire uno stile di vita sedentario, magari integrando nello stesso robot dei programmi appositi (per esempio, che ti fa fare qualche esercizio fisico ogni mattina).

Un altro problema psicologico riguarda l’emotività che si esprime attraverso i robot e che loro stessi esprimono superficialmente, grazie alle espressioni “facciali” di cui molti umanoidi sono dotati. Una macchina capace di pensare va trattata come un oggetto? Gli autori sostengono con forza che la questione non si pone: il robot non sarà mai in grado di pensare, ma al limite di computare, ovvero di compiere dei calcoli per decidere come meglio agire in un dato contesto. Il pensiero astratto, la fantasia, le emozioni date dal sistema ormonale, non sono appannaggio dei robot. Per quanto simile all’uomo, l’umanoide non potrà mai prendere decisioni emotive o sentimentali:

« … il giorno in cui fosse possibile, non avremo più robot ma cloni, e allora di certo sorgeranno questioni etiche immense, ma non connesse alla robotica, bensì alla genetica della duplicazione umana: nulla a che fare con le macchine! » p. 47

 

A livello lavorativo, il timore riguarda il calo occupazionale che si avrebbe nel momento in cui i robot sostituiranno gli uomini in molte tipologie di lavoro. Secondo gli autori, l’avvento della robotica nella quotidianità inserirà un nuovo prodotto, innovativo e dinamico, in una nuova manifattura che combini le tecniche automotive e quelle ICT (Information and Communication Technology), apportando la richiesta di nuovi ruoli lavorativi, meno pericolosi o ripetitivi, che permettano di sfruttare l’intelligenza umana e non il mero movimento fisico. Il problema, tuttavia, ci sarà per chi non si inserirà presto nel processo, accontentandosi di un diploma per poter svolgere un lavoro di più basso valore intellettuale. Non tutti desiderano sviluppare la propria intelligenza o avere grandi responsabilità sul lavoro, ed è una scelta dovuta e da rispettare. Tuttavia, secondo Cingolani e Metta:

« Se guardiamo alla robotica come a un’opportunità globale per l’essere umano, sulla quale investire idee e risorse, potremmo modernizzare e rendere più efficiente il nostro welfare, migliorare la qualità dei prodotti, rendere il lavoro meno pericoloso, creare una nuova filiera professionale e manifatturiera. » p.51

Interpellando le scienze umane, inoltre, gli autori sottolineano che in futuro avranno il compito di stabilire il ruolo dei robot nelle nostre vite, individuando eventuali rischi e dirigendo la ricerca in questo ambito, aumentando quindi la richiesta di figure professionali che abbiano studiato le materie umanistiche. Per quanto riguarda il livello legislativo, i problemi nascono sia nella sfera privata che nella pubblica: di chi è la responsibilità dell’operato di un robot? Come proteggere la privacy o proteggerci dagli attacchi degli hacker? Come possiamo render disponibile questa tecnologia a tutti? Questi quesiti, seppur già posti nell’ambito delle nuove tecnologie, vanno sviluppati alla luce delle nuove possibilità tecnologiche.

Come è possibile arrivare a robot umanoidi sufficientemente efficienti per i nostri bisogni?

La soluzione a questi dilemmi che gli autori si prospettano è quella di creare una cultura robotica, fornita attraverso un’educazione all’uso e all’accettazione delle tecnologie. Questo sarà possibile anche attraverso la creazione di robot umano-centrici, che siano ad esclusivo servizio dell’uomo e che usino i nostri mezzi di comunicazione, anche non verbale, per integrarsi al meglio nella vita umana, oltre che attraverso la specificazione di un etica ad hoc per gli umanoidi e la definizione di un mercato legato a questo nuovo prodotto tecnologico.

« In realtà, come ci ha mostrato la fervida fantasia di artisti e scrittori, il robot è un nostro alter ego. Su di lui proiettiamo le nostre debolezze (e infatti lo vogliamo fortissimo, potentissimo, velocissimo) e le nostre speranze (e infatti lo vogliamo buono, etico, amico). Il robot quindi va oltre il dominio della scienza e costituisce una delle sfide più grandi della creatività umana. » p. 57

Obiettivo auspicabile: multidisciplinarità

La necessità principale, tuttavia, rimane quella di creare una collaborazione tra diverse discipline scientifiche che solitamente non comunicano tra loro, come nanotecnologia, neuroscienze, meccatronica, tecnologia dell’informazione, scienze cognitive, scienze umane e ingegneria. Per fare questo è necessario uno sforzo superiore per tutte le discipline: non tanto di integrare le conoscenze specifiche di una disciplina a quelle altrui, ma di collaborare fianco a fianco, completandosi l’un l’altra. Dalla divisione dualistica cartesiana di scienza e tecnica in poi, le discipline di ricerca si sono parcellizzate al punto di perdere di vista la visione intera dell’immagine. Si pensi alla medicina, che studia il corpo umano suddividendolo organo per organo (non esiste più il ruolo di medico generico, ma quello di podologo, neurologo, pneumologo, cardiologo, …): oggi, dopo aver studiato nel dettaglio più preciso possibile ciascun elemento dell’insieme, bisogna tornare a considerare ognuno di essi come parte di un unico sistema. La stessa cosa vale per le diverse discipline scientifiche, matematiche o umane, teoriche o pratiche che siano. È, questo, ciò che amo definire multidisciplinarità, ovvero quella condizione di collaborazione tra diverse discipline scientifiche che non è mera integrazione (il paziente ha un problema sia al cuore che ai polmoni, quindi un cardiologo e uno pneumologo studieranno ciascuno il proprio organo per ottenere la cura del soggetto, accostando i loro risultati e spesso ottenendo risposte mutualmente escludentesi), in cui le parti sono accostate senza compenetrarsi mai, ma vera e propria collaborazione (cardiologo e pneumologo studiano insieme l’intero soggetto; ciascuno di loro avrà un punto di vista più focalizzato su un particolare organo, ma studiare anche l’altro ambito – anche se in modo meno specifico del proprio – permette di avere una visione completa del problema, in cui si arriva a un risultato perché i due medici uniscono le loro conoscenze per raggiungere un unico risultato, a cui si perverrà insieme), in cui diverse discipline, anche molto distanti tra loro, si pongono un obiettivo di studio comune (ad esempio la creazione di un umanoide) e lavorano fianco a fianco perraggiungerlo, permettendo alle altre dottrine di influenzare la propria, anche trasformandola del tutto.

« La sfida è quindi quella di far crescere in maniera sinergica tecnologie che di solito non comunicano fra loro […] per progettare da zero una macchina bioispirata, simile a noi, che possa aiutarci in un futuro prossimo venturo. » p.24

Annalisa Viola

Continuate a seguire Annalisa su Psybernetic and More

 

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