La storia di Yassine, vittima del caporalato

Mi chiamo Yassine e ho 35 anni, provengo da un paese della Tunisia, sono arrivato in Italia nove anni fa, a seguito dei conflitti che avevano messo in ginocchio varie città del centro sud della Tunisia. Sono iniziati nel dicembre del 2010 scatenando una serie di proteste e sommosse popolari. Le motivazioni delle proteste che hanno portato alla caduta del vecchio regime, sono da ricercarsi in disoccupazione, rincari alimentari, corruzione e cattive condizioni di vita. La “Rivoluzione Tunisina” è stata denominata anche come la “Rivoluzione dei Gelsomini” perché il gelsomino è un simbolo di pace. Tutto è iniziato con il suicidio di Mohamed Bouazizi, un giovane commerciante ambulante che si era dato fuoco davanti le sedi del governatore di Siti Bouzid per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità. I manifestanti, specialmente all’inizio, condividevano i motivi di Mohamed: frustrazione per la disoccupazione, corruzione della polizia, indifferenza delle autorità (molto più concentrate ad arricchirsi che a svolgere la loro funzione di utilità pubblica), crescente preoccupazione per il rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità (quali pane, farina, zucchero, latte). Man mano poi nelle generazioni più giovani accresceva l’insoddisfazione per il regime autoritario di Ben Alì, soprattutto per la mancanza di libertà di espressione. Aumentando le manifestazioni, duramente affrontate dalla polizia con l’uso di armi e proiettili letali, ci furono 25 morti soltanto in un fine settimana. L’effetto della violenza usata nella repressione accresceva ulteriormente la protesta che si diffondeva ad altre città e si estendeva a Tunisi.

Andando avanti la situazione continuava sempre più a peggiorare. Io vivevo con la mia famiglia; mio padre era anche un commerciante ambulante ed avevamo moltissima paura che potesse succedergli qualcosa. Io ero il più grande di tre fratelli, cercavo di prendermi cura della famiglia mentre mio padre era impegnato nelle manifestazioni. In quel periodo di disoccupazione di mio padre, non avevamo soldi per sfamarci; solo io riuscivo alcune volte a trovare qualche lavoretto alla giornata. Un giorno mio padre insieme ad alcuni suoi colleghi si recarono ad una manifestazione, come ormai era abitudine fare negli ultimi mesi; solo che quel giorno è stato l’ultimo per mio padre perché nella sommossa i poliziotti l’hanno ucciso.

Eravamo distrutti dal dolore e non ci davamo pace per quello che era successo; però dovevo darmi da fare ed ero l’unico che potessi farlo.

Così, sapendo che non potevo rimanere in Tunisia e venuto a sapere da un amico che partivano dei barconi per l’Italia ho salutato mia madre e i miei fratelli e mi sono imbarcato. Mia madre era molto preoccupata perchè aveva sentito di connazionali morti nei naufragi in mare. Il viaggio è durato un giorno e mezzo, senza cibo e acqua e ammassati uno sopra all’altro come sacchi di spazzatura. Sono arrivato a Lampedusa guidati dalla Guardia Costiera; appena arrivati ci hanno accolto nella palestra i medici e gli infermieri, che ci hanno sottoposto alle prime visite mediche, nel mentre i volontari ci procuravano vestiti, cibo e acqua. Io apparivo molto magro e malnutrito e così hanno deciso che dovevano subito agire per rimettermi in sesto. Un infermiere, il signor Antonio, ha deciso di prendersi subito cura di me preoccupandosi per la mia salute, i miei documenti e la mia situazione familiare. Mi ha accolto nella sua casa e mi ha aiutato con le cure; sono rimasto con lui un anno. Ho fatto domanda di protezione umanitaria ed è stata accolta; dopo essermi rimesso in forza, avendo degli amici in Calabria, mi sono trasferito lì e fin da subito mi sono messo a cercare lavoro.

Pensavo che il mio calvario fosse finito e che potessi iniziare ad avere un po’ di felicità, invece no. Ho iniziato a lavorare in un’azienda agricola dove lavorava anche un mio amico. Ho lavorato lì per due anni con tante promesse di essere regolarizzato con un contratto. Promesse che ogni volta trovavano scuse per non essere mantenute. Io avevo bisogno di lavorare e quindi non mi sono mai ribellato tanto. Non venivo neanche pagato assiduamente, ma ogni tanto e quel poco che ricevevo lo mandavo alla mia famiglia.

Infatti per questo, non potendo più contribuire alle spese a casa dei miei amici, sono finito per strada; vivendo in una baracca di fortuna sotto un cavalcavia e di giorno continuavo a lavorare nei campi appena fuori paese. In serata passavano i volontari di un’associazione per portare, a me e ad altre persone che vivevano in altre baracche, un pasto caldo e qualche coperta. Una sera con loro, sono venuti anche degli operatori del “progetto Incipit” (progetto che si prefigge il sostegno alle vittime di Tratta degli esseri umani attraverso azioni mirate e strutturate per l’emersione del fenomeno e per la messa in sicurezza delle vittime); ho scambiato con loro qualche chiacchiera e così sono venuti a conoscenza della mia storia. Mi hanno spiegato che facendo un’esplicita richiesta di aiuto, avrei potuto seguire un percorso di protezione sociale a causa delle mie particolari condizioni di lavoro e abitative.

Ho iniziato così a raccontare meglio le modalità̀ con le quali venivo ingaggiato al lavoro e come venivo trattato. Mi vergognavo molto della mia situazione. Inizialmente raccontavo veramente poco ed ero restio perché avevo paura di essere fregato come aveva fatto il mio datore di lavoro; non raccontavo nemmeno della mia famiglia.

Successivamente dopo alcuni mesi, ho cominciato a fidarmi e a parlare di più; intanto gli operatori mi hanno offerto un alloggio presso una struttura per adulti in difficoltà. Qui mi sono sentito subito un po’più al sicuro avendo un tetto sopra la testa, dei pasti caldi e le condizioni igieniche giuste per una persona. All’inizio avevo paura a denunciare, poi mi sono convinto perché la mia situazione poteva essere protetta per legge e così potevo migliorare la mia vita. Ho presentato, quindi, una querela presso la Procura della Repubblica contro il mio datore di lavoro e contemporaneamente ho formalizzato la richiesta di aiuto al progetto Incipit, decidendo di aderire al programma prospettato.

Per diversi mesi, non ho avuto informazioni precise sulle indagini avviate a seguito della denuncia; nemmeno rispetto a quelle presentate alla Direzione Territoriale del Lavoro nonostante ripetuti solleciti e richieste. Dopo molti mesi, quasi un anno ho avuto notizie; le difficoltà nell’averne erano dovute al continuo cambio di giudici e rinvii vari. Il giudice, alla fine, mi aveva riconosciuto il risarcimento dei danni derivanti dai mancati salari percepiti e il danno psicologico per tutto ciò che avevo subito.

Ad oggi, sono passati diversi anni, mi sono trasferito in Piemonte avendo alcuni amici lì e lavoro in un’azienda con un contratto di lavoro e abito in una casa bella e confortevole. Avevo avviato le pratiche per il ricongiungimento familiare e da qualche mese mia mamma e i miei fratelli sono qui con me. Mia mamma ha iniziato a lavorare insieme a me nella stessa azienda e i miei fratelli proseguono con la scuola. Ringrazierò sempre prima di tutto il signor Antonio per essersi preso cura di me come un figlio, gli operatori e i volontari che mi sono stati vicino e mi hanno salvato probabilmente da una morte certa.

Oggi finalmente posso dire di avere una vita dignitosa che qualsiasi uomo o donna merita di vivere; spero che chi ancora viene sfruttato, possa avere i giusti diritti e possa migliorare la sua vita.

A cura di Elisa Servello

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