#Sorrisiall’Orizzonte: la storia di Rashid, scappato dalla guerra a dodici anni

Eccomi mi chiamo Rashid ho 18 anni e provengo da un paese vicino Damasco in Siria. Sono arrivato in Italia 5 anni fa con la mia famiglia; avevo 12 anni quando siamo dovuti scappare.

Nel 2011 la crisi siriana ha avuto inizio con le prime dimostrazioni pubbliche contro il governo centrale, per poi svilupparsi in rivolte sempre più accese e quindi poi in una guerra civile nel 2012; il conflitto è tuttora in corso.

La guerra ha portato fin da subito orrore, paura, difficoltà economiche, di salute, di vita. La mia famiglia, prima dello scoppio della guerra, viveva una vita tranquilla; mio padre era un professore di matematica, mia mamma accudiva me e i miei 3 fratelli a casa e noi andavamo a scuola.

Quando accadono queste cose, cambi radicalmente il tuo quotidiano; tutto ti sembra un grande incubo dove vuoi solo svegliarti e scoprire che non sia invece la realtà. Non per noi non è stato così.

D’improvviso la nostra vita è cambiata; hanno chiuse le scuole, gli uffici, i negozi, i mercati e ci siamo ritrovati chiusi in casa per proteggerci dai bombardamenti. Ci svegliavamo di soprassalto per qualche bomba scoppiata vicino o poco lontano da noi e andavamo a dormire con il terrore che le bombe potessero cadere sulla nostra casa. 

Pensate di vivere tutto questo a 11/12 anni, non lo auguro a nessuno. Ancora adesso come sento un piccolo scoppio mi tremano le gambe e ho i brividi.

La situazione andava sempre peggiorando, molta gente moriva, non si riusciva più ad avere un pasto caldo, l’acqua calda e l’elettricità. Insieme ad altre famiglie, quindi, abbiamo deciso di scappare via. Abbiamo camminato chilometri e chilometri, fermandoci in zone di fortuna per qualche giorno e per dormire la notte. Alcune famiglie avevano bambini molto piccoli che piangevano; noi bambini cercavamo di tenerci compagnia camminando insieme e dandoci forza l’un l’altro. 

Dopo molto cammino siamo arrivati in Libano e abbiamo avuto l’occasione di essere accolti in un campo profughi, qui abbiamo conosciuto diversi siriani che come noi erano scappati. Qui siamo rimasti per un anno; avevamo una tenda che ci faceva da casa, le condizioni igieniche e sanitarie erano molto scarse e d’inverno si moriva letteralmente di freddo. I volontari delle ONG ci sono stati di grande aiuto; gli adulti venivano aiutati per le faccende domestiche e problematiche sanitarie, le madri con la gestione dei bambini, ci facevano studiare, giocare e fare diverse attività. Anche mio papà si mise ad aiutarli per insegnare matematica a noi, come se fossimo davvero a scuola.

Durante il nostro “soggiorno” al campo, i volontari, un giorno, hanno radunato tutti gli adulti per far conoscere i cosiddetti “Corridoi umanitari”, un programma sicuro e legale di trasferimento e integrazione in Italia rivolto a migranti in condizione di particolare vulnerabilità: famiglie, donne sole con bambini, vittime del traffico di essere umani, anziani, persone con disabilità o con patologie, oppure persone segnalate da organizzazioni umanitarie quali l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR). Questo metodo di accoglienza offre una piena sicurezza per chi arriva e per chi accoglie: i migranti evitano i “viaggi della morte” e di finire intrappolati nella rete dei trafficanti di esseri umani. Il Paese di ingresso, inoltre, può selezionare gli accessi attraverso gli attenti controlli effettuati dalle autorità preposte alla concessione dei visti.

Molti genitori, compresi i miei, hanno accolto con gioia questa occasione nuova di vita sicura; così dopo tutte le varie procedure e dopo alcuni mesi siamo partiti insieme ai volontari dall’aeroporto di Beirut per arrivare all’aeroporto di Fiumicino a Roma.

Finalmente eravamo in Italia; al nostro arrivo in aeroporto la Comunità di Sant’Egidio ci ha accolto con sorrisi e regalandoci a noi bambini dei fiori. Dopo le visite e le pratiche burocratiche noi e alcune famiglie siamo state trasferite in uno Sprar (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) della provincia di Catanzaro in Calabria. Era “ad accoglienza diffusa”; ogni famiglia aveva una casetta autonoma così da gestirsi da sola oltre al supporto del centro. La vita è ricominciata: noi bambini e ragazzi siamo stati iscritti a scuola e frequentandola abbiamo conosciuto tanti coetanei del paese; con molti siamo diventati amici e il pomeriggio dopo i compiti giocavamo insieme. Andavamo anche a scuola calcio e il sabato disputavamo le partite con gli altri paesi.

Mio padre invece si è rimesso a studiare per integrare ed equiparare la laurea che aveva in Siria con quella in Italia. Concluso ciò, inizialmente aiutava i bambini del centro a studiare, ma poi la cosa si è allargata tanto da tenere proprio delle lezioni di ripetizioni anche ai bambini del paese. Piano piano si è potuto inserire nella graduatoria degli insegnanti e di tanto in tanto veniva chiamato come supplente nei paesi accanto.

Mia mamma oltre ad accudire la casa e la famiglia, nel centro ha potuto partecipare ad un corso di sartoria e piano piano imparando, molte persone del paese portavano a lei i vestiti da riparare.

Intanto avevamo fatto richiesta di asilo e abbiamo ottenuto lo status di rifugiati.

Dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, la nostra vita ha preso una piega ancor più positiva perché ci siamo sentiti che potevamo ripartire con più sicurezza e sereni.

Abbiamo continuato a vivere nella casetta del centro per qualche altro mese, nel mentre cercavamo una casetta nostra in paese.

Mio padre è stato chiamato a scuola per insegnare e così avendo uno stipendio fisso ci siamo spostati in una nuova casa e abbiamo abbandonato il centro. In più mia mamma si è aperta una piccola sartoria sotto casa così da poter lavorare e prendersi cura di noi dopo scuola.

Ad oggi, la mia famiglia sta bene e siamo soddisfatti di quello che siamo riusciti a ricostruire qui in Italia.

Io, in particolare, sto finendo gli studi e mi piacerebbe continuare a studiare all’università per diventare anche io un insegnante come mio papà. Del mio paese in Siria ricordo tante cose belle e anche tante cose brutte che ha provocato la guerra viste purtroppo con gli occhi di un dodicenne all’epoca. Spero un giorno, appunto, che la guerra veramente possa finire così che le persone possano finalmente ricominciare a vivere.

A cura di Elisa Servello

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