#Sorrisiall’Orizzonte: la storia di Jabari, arrivata dal Camerun per futuro migliore

Mi chiamo Jabari e ho 21 anni, provengo da un paese del Camerun e sono arrivato in Italia 4 anni fa.

Tutto è iniziato nell’ottobre 2016 nelle due regioni anglofone occidentali del Camerun, il Nord-Ovest e il Sud-Ovest, un gruppo di insegnanti e avvocati di lingua inglese hanno dichiarato sciopero e sono scesi in piazza contro il dominio francofono in diversi settori della vita.

I manifestanti chiedevano il rispetto dei diritti delle minoranze, la tutela dell’insegnamento dell’inglese e lamentavano le scarse opportunità di ricoprire posizioni pubbliche a causa delle barriere linguistiche.

Alle rivendicazioni il governo ha risposto con la forza, lanciando lacrimogeni sui manifestanti e con un centinaio di arresti. I primi scontri hanno lasciato sul terreno sei morti.

Ma un anno più tardi la situazione è degenerata: nel settembre del 2017, infatti, è arrivata la Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza dell’Ambazonia, questo il nome dell’area che racchiude le due regioni anglofone.

I secessionisti hanno dichiarato poi anche l’inizio della guerra contro il governo di Yaoundé, la capitale del Camerun e sede del governo.

A guidare la riscossa non sono stati più avvocati e insegnanti, ma una frangia violenta composta da sette milizie armate che in totale contavano tra 2.000 e 4.000 combattenti. Con la comparsa delle armi, da una parte e dall’altra, quelle che erano cominciate come manifestazioni di protesta delle classi lavoratrici e intellettuali del paese si sono poi trasformate in una guerra civile da centinaia di vittime.

Con l’inizio della guerra civile, io e la mia famiglia non eravamo più tranquilli; inizialmente io e mio fratello abbiamo dovuto abbandonare la scuola e mio padre il lavoro e dopo poco siamo dovuti scappare in Nigeria a casa della sorella di mia mamma; lei era andata via mesi prima con il marito e due figli.

Arrivati in un paese della Nigeria, al confine con il Camerun, mio padre ha iniziato a lavorare con mio zio presso il mercato del paese; intanto mia mamma aiutava mia zia in casa. L’economia era molto precaria e tante volte i miei zii e i miei genitori rimanevano a digiuno per darci a noi un pasto caldo. I figli di mia zia erano molto piccoli per lavorare, gli unici eravamo io e mio fratello più piccolo di 3 anni e così abbiamo iniziato a lavorare anche noi al mercato del paese.

Un giorno, al mercato è venuto un signore, parlando con lui abbiamo scoperto che organizzava viaggi verso l’Italia. Non conoscevamo dove fosse questa terra e cosa ci potesse offrire, sapevamo solo che il viaggio era molto costoso e i miei genitori non potevano permettersi la cifra intera.

I miei genitori insistettero tanto affinché io, il primogenito della famiglia anche se ancora minorenne, potessi partire per avere una vita migliore.

Così dopo alcuni mesi tra i soldi che avevo racimolato con il lavoro al mercato e quelli che avevano messo da parte i miei genitori, sono partito con il signore conosciuto al mercato.

Ho viaggiato in un furgone insieme ad altri 10 ragazzi fino in Niger, qui siamo stati in un capannone per alcuni giorni per non essere visti dalla polizia locale e poi una sera siamo ripartiti fino ad arrivare in Libia.

Qui è iniziato il mio calvario. Abbiamo scoperto che il signore che aveva organizzato il viaggio, in Libia, avesse degli accordi con delle imprese edili per requisire operai per la costruzione di alcune dighe. Ci ha ricattato dicendoci che se non avessimo lavorato per lui non ci avrebbe fatto continuare il viaggio. Abbiamo dovuto quindi accettare e se non eseguivamo bene ciò che lui e i suoi soci ci ordinavano, venivamo torturati con pezzi di ferro che bruciavano; ho ancora le cicatrici sulla schiena e sulle gambe come “ricordo” atroce.

Dopo un anno di duro lavoro con orari stremanti e un trattamento disumano, abbiamo finito la costruzione delle dighe e il signore finalmente ha organizzato il viaggio in una notte di primavera. Il viaggio in mare è durato due giorni in un barcone con altre 200 persone, tutti ammassati con bambini che piangevano e gente che gridava dalla paura.

Sono sbarcato in Sicilia e dopo le analisi e le visite di rito sono stato trasferito in uno SPRAR per MSNA (Minori Stranieri Non Accompagnati) nella provincia di Catanzaro. In questo centro sono riuscito finalmente a risentire la mia famiglia e raccontare tutto quello che mi era successo. Erano contenti di sentirmi e poter sapere che stessi bene e che ero al sicuro adesso.

Nel centro ho iniziato i corsi di alfabetizzazione e tanti laboratori così che la mia mente fosse sempre occupata e non potessi rivivere l’anno atroce che avevo vissuto in Libia, ma la notte avevo difficoltà ad addormentarmi e facevo spesso incubi. Gli operatori sono stati sempre molto gentili e disponibili con me; sapevo di poter contare su di loro come una seconda famiglia. Ho fatto richiesta di protezione internazionale in Commissione territoriale e nel frattempo sono stato seguito da una psicologa dell’ambulatorio di psicologia transculturale, dell’Azienda Sanitaria di Catanzaro. Non conoscevo “questa cura dell’anima”, ma devo dire che mi ha permesso di ricominciare a riposare ed essere più sereno.

La mia storia di vita è stata accolta dalla Commissione territoriale che ha riconosciuto la protezione internazionale.

Così ho iniziato un tirocinio formativo in un’azienda casearia di 3 mesi e poi prorogato per altri 3 mesi. Ho imparato molto in questa azienda e il datore di lavoro, come sono diventato maggiorenne e dopo un anno di accoglienza nel centro, mi ha offerto un contratto di lavoro e mi ha accolto in casa sua insieme alla sua famiglia. Devo molto a loro perchè mi hanno curato come un figlio, mi hanno aiutato e mi hanno permesso di sperare in un futuro migliore.

Da un anno lavoro con loro e mi trovo molto bene; mi manca comunque la mia famiglia che spero un giorno posso ritrovare qui in Italia; alcune volte gli incubi del mio passato tornano vivi, ma adesso grazie al percorso psicologico fatto riesco ad affrontarli e riuscire a superarli. Nonostante tutto sto bene e spero che il futuro mi riservi diverse opportunità.

A cura di Elisa Servello

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