#Sorrisiall’Orizzonte: la storia di Naila: “La rinascita di una sposa bambina”

Eccomi mi chiamo Naila, ho 28 anni e provengo da una cittadina del Pakistan. Sono arrivata in Italia cinque anni fa, sulle coste calabresi attraverso un viaggio in una barca a vela.

In Pakistan le mogli sono per la maggior parte assoggettate al proprio marito. Tutto è iniziato all’età di 15 anni quando la mia famiglia era dilaniata dalla povertà. Mio padre era un semplice commerciante al mercato del paese, mia mamma invece una casalinga che accudiva tre figli compresa me. Era molto difficile andare avanti, portare un pasto caldo a casa. Io, essendo la maggiore, ho smesso di andare a scuola e aiutavo mio padre al mercato.  

Molto spesso, al nostro banco, veniva un signore molto ricco e faceva diversi apprezzamenti sul mio conto. Tanto da chiedere, un giorno, a mio padre di potermi prendere come sua sposa in cambio di una alta quota di denaro.

Mio padre, accettò perché la situazione era molto critica e la mia famiglia aveva bisogno di un sostegno economico.

Da qui è iniziato il mio calvario. Io, una ragazzina quindicenne sposa di un uomo cinquantenne. Dovevo essere sempre appagante con lui, non arrabbiarmi, essere servizievole, amorevole; dovevo cucinare, sistemare casa. Non potevo avere mai tempo per me, dovevo essere sempre a sua disposizione. Mi “condivideva” con altri uomini, suoi amici. Se non accettavo, mi picchiava forte da lasciarmi ematomi. 

Tutto questo è andato avanti per diversi anni, quando poi una sera è rientrato a casa l’ennesima volta con gli amici, mi sono rifiutata di essere servizievole con loro, così  mi ha picchiata fino a farmi uscire il sangue. Sono riuscita a scappare via. Ho passato la notte in giro, camminando per ore. Abitavo, non distante dal confine ed alle prime luci dell’alba sono arrivata al paese confinante con il mio. Qui viveva mia zia, la sorella di mia madre. Mi ha aiutato a medicarmi, mi ha offerto un pasto caldo, una doccia e dei vestiti profumati. 

Non potevo rimanere da mia zia perché mio marito sarebbe venuto a cercarmi; lei mi ha consigliato di partire più lontano possibile, così da salvarmi dalla morte certa. Ho conosciuto una sua amica; una signora che organizzava viaggi verso la Turchia. Questa signora oltre a provvedere al viaggio, mi ha aiutata nella ricerca di un alloggio e di un lavoro. Sono stata infatti ospite della sorella, che abitava con la sua famiglia in Turchia. Devo ringraziare mia zia per avermi sostenuto anche economicamente senza farne parola con i miei genitori.

Dopo una settimana di viaggio in un autobus vecchio e malandato, passando dall’Iran, sono arrivata in Turchia. Qui ci sono stata un anno per lavorare, aiutavo la signora che mi ospitava nelle faccende domestiche, così da racimolare altri soldi. Dopo un po’ di tempo, sono riuscita a sentire i miei genitori per far sapere che stavo bene, loro erano molto preoccupati perché mio marito mi cercava; lui aveva provato anche ad intimorirli pensando sapessero dove mi trovassi. Nel frattempo, sono venuta a conoscenza delle partenze per l’Italia e ho pensato che lì mio marito non mi avrebbe più trovato. Appena racimolati i soldi per la partenza, mi sono imbarcata alla volta dell’Italia.

Siamo stati dieci giorni in barca, è stato un viaggio difficile per il mare agitato, il poco spazio in barca, poco cibo e acqua, la difficoltà di non poter avere privacy per i propri bisogni e non potersi cambiare vestiti. Molti si disperavano perché avevano paura di cadere dalla barca non sapendo nuotare, i bambini piangevano perché erano obbligati a stare fermi e zitti.

Sono sbarcata in Calabria all’alba, qui siamo stati intercettati da alcuni pescatori che ci hanno aiutato a scendere ed hanno chiamato subito i soccorsi.

Dopo tutte le visite e gli accertamenti, sono stata trasferita in un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) in provincia di Reggio Calabria per otto mesi. Qui ho potuto seguire i corsi di alfabetizzazione interni per imparare la lingua italiana, mi sono iscritta al corso di italiano per stranieri, ho seguito il corso di sartoria ed ho imparato molte tecniche per cucire e realizzare sciarpe, vestiti, cappelli. Dal corso ho ricevuto un attestato di partecipazione.

Durante la permanenza nel CAS ho presentato domanda di Protezione Internazionale alla Commissione Territoriale; dopo qualche mese dalla mia audizione, la mia domanda è stata accettata con l’assegnazione della protezione Sussidiaria.

Dopo aver ottenuto la protezione, sono stata trasferita in uno SPRAR (Sistema Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) nella provincia di Catanzaro; ora chiamato SIPROIMI (Sistema di Protezione per Titolari di Protezione Internazionale e per Minori Stranieri Non Accompagnati).

La mia permanenza in questo centro è stata di un anno; ho ricominciato i corsi interni di alfabetizzazione, ho continuato il corso di italiano per stranieri e ho partecipato ai laboratori che il centro offriva. Nel Cas e nello Sprar ho conosciuto tante persone di nazionalità diverse con tante storie diverse; con le ragazze e donne di età più grande ho stretto amicizia e con alcune siamo ancora in contatto. Gli operatori dei centri sono stati molto accoglienti e disponibili con me per aiutarmi a stare meglio. Nello Sprar sono stata seguita da una psicologa che mi ha aiutata a contenere il trauma delle violenze ripetute, a prendermi cura di me stessa ed a valorizzarmi come persona. Molte notti non riuscivo a dormire perché facevo incubi che ripercorrevano le violenze subite da mio marito. Lei mi è stata accanto sostenendomi, finalmente col tempo ho potuto ritrovare in parte la Naila che ero un tempo.

Ho deciso quindi, rimboccandomi le maniche, di eseguire un tirocinio formativo presso un buon laboratorio di sartoria del comprensorio grazie al corso che avevo fatto nel precedente Cas. Mi sono molto appassionata a questo lavoro, mi sentivo soddisfatta quando riuscivo a realizzare un bel capo. La signora proprietaria della sartoria, vedendomi entusiasta, mi ha offerto un contratto di lavoro; ho accettato e lo Sprar mi ha aiutato a trovare una piccola casa in affitto.

Da tre anni ormai sono molto contenta di quello che sono riuscita a conquistare; ho un lavoro appagante, una casa, collaboro anche con un’associazione del comprensorio che ha avviato un progetto di sartoria sociale insieme ad un centro antiviolenza per le dedicato a donne.

Il pensiero dei rischi e dei forti disagi che vivevano i miei mi ha spinto a richiedere il ricongiungimento familiare, così la mia famiglia è potuta venire in Italia. Mio padre, uomo di grandi doti artigianali ha subito trovato da lavorare, così da poter un sostegno economico in aggiunta al mio.

I pensieri a volte mi tradiscono; penso a mio marito al fatto che se mi dovesse trovare, anche dopo anni, sarebbe capace di uccidere per essere scappata ed aver disonorato se stesso e la sua famiglia. Penso alla città in cui sono nata e cresciuta che mi manca e nella quale non so quando e se potrò ritornare; penso anche che qui in Italia sto bene, sono felice e così mi tranquillizzo.

Spero di riuscire un giorno ad iscrivermi ad un corso di specializzazione sulla moda e il design, così da approfondire lo studio e poter aprire un mio laboratorio di sartoria. Sogno anche di poter avere una famiglia tutta mia, con un marito che mi rispetti e mi voglia bene.

A cura di Elisa Servello

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