#IlSorrisodelFuturo: Ricercatori distaccati dalla realtà

Mentre l’istruzione è, a parer mio, pronta per la disruption, ovvero per un ripensamento radicale che la scuota dalle fondamenta per portarla al passo con i giorni nostri, ci sono rami del mondo della formazione che sono ancora ben lungi dal mostrare un’apertura di questo tipo. Uno tra tutti è il mondo scientifico.

I moderni, precari, equilibri politico-sociali degli ultimi anni hanno portato a categorizzare molte figure – considerate in passato elementi fondanti della società stessa – come appartenenti ad un’unica grande élite disprezzabile. Tra gli elitari non troviamo più i ricchi com’era un tempo, ma gli intellettuali di varia natura, tra i quali, per l’appunto, i ricercatori.

Il divario tra “popolo” ed “élite” si è fatto sempre più ampio e aspro, e trova la sua rappresentazione nei “Burioni” di turno, che criticano a spada tratta chiunque dubiti delle loro idee e azioni, squalificando gli interlocutori e trattandoli da meri ignoranti.

Il problema è che sono ben pochi i membri di questa fantomatica “élite” che si sono chiesti come mai – al di là del giudizio su una presunta ignoranza del prossimo – molte persone hanno iniziato a mettere in discussione la Scienza con la S maiuscola, portata fino ad ora su un palmo di mano senza che fosse possibile ripensarla in maniera critica.

A mio parere, semplificando al massimo un ragionamento complesso per amor di sintesi, sono 5 le questioni cruciali su cui la scienza ha bisogno di ripensarsi, che verranno descritti in 5 distinti articoli:

  1. Ricercatori distaccati dalla realtà
  2. Iperparcellizzazione del sapere: perdita della visione d’insieme
  3. Qualità vs quantità: big data e interpretazione della statistica
  4. La tecnologia non va al passo della scienza: la legge di Moore
  5. Il fine ultimo della scienza: indagine della realtà o risoluzione di problemi?

Partiamo dal primo, complesso punto: chi crea la scienza? I ricercatori.

1. Ricercatori distaccati dalla realtà

Una delle principali colpe della scienza odierna è quella di creare ricercatori che non hanno mai esperito altro che la scienza stessa, nella loro attività lavorativa.

Per poter diventare ricercatori, infatti, è necessario rimanere in Università subito dopo gli studi, effettuare diversi anni di dottorato e post-dottorato con contratti precari, lavorare solo e soltanto tra le mura universitarie finché non si riesce in qualche modo a diventare professore, non senza ulteriori anni di precarietà. Parallelamente al ruolo di professore, lo studioso è invitato a svolgere attività di ricerca, sulla quale il ricercatore sarà chiamato in causa nei momenti di giudizio del suo operato.

Naturalmente esistono anche contratti un po’ più ibridi, con studiosi che lavorano nelle università ma che sono finanziati da un’azienda: sono figure che si dividono in due ruoli, dove quello aziendale prevale necessariamente su quello del ricercatore. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è possibile ottenere questo genere di contratti, che sono rari e per lo più limitati ad attività più tecniche. In generale, inoltre, il rischio di conflitto di interessi è elevatissimo, e non sempre la scienza ottiene grandi risultati utili alla propria crescita.

I Post-Doc fanno il lavoro dei laureandi

Nello studio di Staša Milojević e colleghi di un anno fa emerge un’università incapace di fornire carriere di lungo periodo ai propri ricercatori. Questo si manifesta attraverso la comparsa della figura del Post-Doc, ruolo inesistente fino agli anni Cinquanta, e che oggi viene utilizzato per svolgere quei compiti di ricerca che prima erano appannaggio degli studenti tesisti. Questo squalifica e ritarda l’operato del ricercatore sin dai suoi esordi (dalla tesi universitaria fino alle forme di dottorato più avanzate).

Il post dottorato, ad oggi l’unico modo per accedere ad un ruolo a tempo indeterminato, dura diversi anni e viene continuamente rinnovato con contratti di forma precaria. Questo ha portato a coniare il termine “Perma-doc“, letteralmente “dottorandi perenni”.

Siccome il numero delle posizioni stabili nelle università è inferiore a quello dei dottorandi, i perma-doc hanno l’ingrato compito di perseverare in posizioni precarie rinnovate di anno in anno senza mai ottenere il desiderato salto di carriera.

Ricercatori ricchi e senza esperienza

Siccome la ricerca è caratterizzata da contratti precari e salari minimi, ricoprire il ruolo di ricercatore non è affatto appannaggio di tutti gli status socio-economici. Ciò porta ad avere schiere di studiosi di ceto sociale esclusivamente elevato, con una visione del mondo tendenzialmente omogenea che può limitare il punto di vista sulla realtà che ci circonda e che deve essere indagata dalla scienza.

Il fatto che la popolazione civile veda i ricercatori come una élite non è poi così sbagliata, in fondo. Spesso, siccome i ricercatori iniziano la loro carriera come un proseguo naturale dei loro studi universitari, il più delle volte senza nemmeno cambiare università, e nella maggior parte dei casi non hanno mai svolto attività diverse da quelle di ricerca.

Per capire la gravità di questa affermazione, bisogna pensare a dove è collocata la ricerca scientifica all’interno della società:

Problema (nella realtà) -> Ricerca scientifica (studio del problema e possibile soluzione) -> Industria (sviluppo e vendita della soluzione)

Se il ricercatore appartiene soltanto ad una parte ristretta della società (quella economicamente più abbiente) non ha la possibilità di comprendere i problemi reali che affliggono la maggior parte della popolazione. Allo stesso tempo, la sua mancanza di esperienze lavorative in altri luoghi diversi dall’università gli impediscono di capire appieno le logiche di mercato e la necessità di fornire soluzioni concrete e realizzabili in termini di efficienza.

[Naturalmente, una delle obiezioni a quanto scritto sopra potrebbe essere che la scienza non ha come fine ultimo un necessario impatto sulla realtà, ma che spesso viene ha lo scopo dello studio fine a se stesso per una comprensione più accurata del mondo. Non temete: sul fine ultimo della scienza (efficienza o mera indagine del reale) dedicheremo un articolo intero, il quinto, perché merita un’indagine più approfondita.]

Pubblica (e fatti citare) o muori

Il ricercatore – una volta diventato tale – può essere assunto dalle Università sulla base delle sue pubblicazioni (fatte ancor prima di diventare “ricercatore” a tutti gli effetti) e, una volta assunto, è sempre il numero delle pubblicazioni ad attribuire valore al suo lavoro.

Non importano davvero l’argomento o le metodologie di tali pubblicazioni, o se il professionista è ancora troppo acerbo a livello lavorativo poter davvero fornire un contributo importante per la scienza: l’importante è pubblicare, “Publish or Perish“.

E, per pubblicare, è necessario avere molti fondi (pubblici o – e accade più spesso di quanto possiate immaginare – forniti dai ricercatori stessi).

La conseguenza di ciò è il prevalere di studi rapidi da svolgere, poco costosi e che possano avere un impatto immediato – ma anche meno accurato. Questo impatto immediato viene valutato imitando le basi degli algoritmi dei motori di ricerca come Google: più il tuo articolo viene citato, maggiore è il tuo Impact Factor, cioè l’importanza che ha l’articolo stesso. Naturalmente, il tuo articolo avrà molte più citazioni se si troverà su una rivista scientifica prestigiosa (e molto costosa).

Questo sistema, così come avviene su Google, può essere manipolato facilmente e, tra i vari metodi di manipolazione, c’è anche la corruzione.

Rivedere criticamente il ruolo dei ricercatori non significa squalificarne la posizione fondante per la società. Il motivo per cui deve essere messo in discussione il suo ruolo è quello di poterlo distruggere, sì, per poi far rinascere dalle sue ceneri un sistema che sia davvero calato nel nostro contesto odierno.

La realtà è che questo tipo di sistema esistente (dalla carriera dei ricercatori alle metodologie di pubblicazioni) deriva da un antico modo di pensare la scienza, che sta diventando obsoleto nei giorni nostri.

Una scienza – come vedremo nei prossimi articoli – che si è suddivisa al punto da perdere la visione d’insieme, una scienza che ha smarrito il significato di interpretazione dei risultati in virtù delle nuove scoperte scientifiche, una scienza che rincorre una tecnologia che cresce esponenzialmente senza raggiungerla mai, perché incastrata in burocrazie che non possono imitare le leggi delle start-up innovative. Una scienza, infine, che sembra aver smarrito il suo scopo ultimo, e che si ritrova a produrre una quantità eccessiva di ricerche senza una vera meta condivisa.

Una scienza che ha bisogno di un ripensamento radicale, per migliorare se stessa e il suo ruolo nel mondo.

La soluzione?

Non saranno certo questi miei 5 articoli a fornire la soluzione a questi problemi ma, nel mio piccolo, desidero fornire il mio contributo nel riflettere criticamente su questi sistemi. Conscia che la soluzione possa avvenire soltanto attraverso una riflessione radicale, magari collettiva: più teste pensanti che ragionano insieme sulle criticità di un sistema che è stato messo in discussione da quelli che abbiamo da sempre ritenuto dei meri “ignoranti” e che, invece, vivono molto più ancorati alla realtà di noi “scienziati”.

Spero possiate apportare le vostre idee per una moderna critica alla ragion scientifica.

A cura di Annalisa Viola


 

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