#Sorrisiall’Orizzonte: la storia di Rose, la rosa di Damasco

Mi chiamo Rose e mi definisco una figlia di Damasco, provengo dalla Siria e ho 40 anni.
Prima della guerra vivevo in una casa che amavo con mio marito Mustafa e i nostri tre figli: Ayham, Ehab e Obay. La nostra vita era dolce, tutto era felice.
Ma quando il conflitto si è diffuso in tutto il paese nel 2011, l’area in cui vivevamo nella periferia della città si è riempita di violenza. Ci siamo trasferiti svariate volte in cerca di sicurezza. Ho visto molti cadaveri, molti massacri. C’erano bombardamenti ovunque andavamo. Gli edifici stavano crollando intorno a noi. Le nostre vite venivano costantemente minacciate. Mia sorella mi prendeva in giro, dicendo che forse era colpa mia, che la guerra mi stava seguendo. Abbiamo viaggiato per molti paesi, soffermandoci per poco tempo perché i bombardamenti non lasciavano scampo.
La guerra ci ha colpito veramente quando mio fratello fu ucciso da una bomba. Eravamo otto fratelli, ma io ero quella più vicina a lui. Per essere presente al suo funerale e stare con la mia famiglia ho dovuto intraprendere un lungo e difficile viaggio nel Nord della Siria. Per me è stato un momento straziante, mi sentivo persa, fragile e disperata. Dopo il funerale sono tornata a Damasco e l’inverno è caduto sul mio lutto. La temperatura si era abbassata e noi non avevamo abbastanza soldi per comprare cappotti e coperte. Mio marito Mustafa decise di tornare nella nostra vecchia casa per prendere le coperte, il rischio era molto alto. E’ andato una prima volta ed è riuscito a portare un paio di borse. Era spaventato, ma ha deciso di tornarci una seconda volta per prenderne altre. Mi aveva promesso che sarebbe stata l’ultima e veramente lo è stato. Non è ritornato mai più. Dopo nove mesi, è arrivata la notizia che mio marito era morto.
Pensavo che la morte di mio fratello sarebbe stata la sofferenza più grande, ma questa è stata anche peggio. Quando mio fratello è stato ucciso, era come se il tempo si fosse fermato. Quando invece è morto mio marito non sono stata in grado di lasciarmi andare. Avevo la responsabilità dei miei figli, dovevo essere forte per loro. Ci siamo trasferiti sette volte in quegli anni, ero terrorizzata dall’idea che i miei figli potessero sparire come mio marito, quindi ho deciso di andare con loro in Libano. Arrivata lì mi sono trovata di fronte ad un’altra brutale realtà: la vita da rifugiata. Povera, senza la possibilità di registrare i miei figli a scuola, sopraffatta dal trauma della morte per ciò che avevo visto e vissuto fino a quel momento.
Arrivata al campo profughi una signora mi disse di rivolgermi alla Caritas. Prima di allora non avevo mai chiesto aiuto a nessuno in Siria, ero solita aiutare io gli altri nella nostra comunità. Fu difficile per me perchè questo mi faceva sentire fragile ed ero molto impaurita per il futuro mio e dei miei figli, ma non mi rimaneva altra scelta.
La Caritas ci diede assistenza immediata, ci ha donato materassi, coperte per la casa e supporto in denaro per comprare cibo, gas e altre necessità.
Una psicologa della Caritas ha iniziato a seguirci e ad essere il nostro punto di riferimento. Lei mi ha aiutata ad essere più forte. Parlavo molto con lei, mi supportava e mi ha sempre aiutato nei momenti di sconforto, soprattutto con la gestione dei miei tre figli. Mi diceva che ero forte e che stavo andando bene. Lo sapevo già dentro di me, ma avevo bisogno di qualcuno che me lo dicesse. Sono scappata dalla Siria sperando in una vita migliore, ma quando sono arrivata in Libano sono rimasta colpita. Gli incontri con la psicologa sono stati la mia medicina.
Con il supporto della Caritas, ho iniziato a ricomporre i pezzi della mia vita. Obay, mio figlio più piccolo, ha ricominciato ad andare a scuola. Il nostro appartamento era più vivibile e più familiare; ci sentivamo a casa. Ma le tante preoccupazioni mi perseguitavano. Mio figlio maggiore Ayham aveva una laurea universitaria in Economia, ma stava lavorando come venditore ambulante di pane.
Durante la nostra permanenza nei campi profughi in Libano, mio figlio Ayham si è rotto il piede e quindi tutta la famiglia si è dovuta mantenere con il salario del mio secondo figlio Ehab, che lavorava come assistente in una stazione dei pullman. Sono stati mesi duri, ma siamo riusciti a superare quel brutto momento.
Dopo aver passato 1 anno e mezzo in Libano, tramite la psicologa sono venuta a conoscenza dei cosiddetti “Corridoi Umanitari” (un progetto pilota portato avanti dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), dalla Tavola valdese, dalla Comunità di Sant’Egidio, nell’ambito di un Protocollo d’intesa concordato con i Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri). Io e i miei figli, insieme ad altre famiglie, siamo state inserite nella lista degli aventi diritto e da quel momento i volontari si sono presi cura di noi. Dopo aver preparato tutti i documenti siamo partiti, dall’aeroporto di Beirut e siamo atterrati all’aeroporto di Roma Fiumicino. Appena arrivati abbiamo trovato tante persone pronte ad accoglierci. C’erano anche dei volontari della Caritas che ci hanno accompagnato al centro Caritas e lì siamo rimasti per alcuni mesi. Il centro era sempre molto affollato, avendo anche dei bambini ci hanno trasferito in un altro centro Caritas nella provincia di Catanzaro. Qui siamo rimasti altri mesi fin quando ci hanno trasferito in un centro accoglienza SPRAR per famiglie (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) in un paesino di collina, non distante dal mare. Qui c’erano altre famiglie siriane come noi. Gli operatori dello SPRAR erano sempre gentili e accoglienti e qui abbiamo potuto seguire dei corsi di italiano, inoltre io ho frequentato anche un corso di cucina. I miei figli hanno ricominciato ad andare a scuola e mio figlio Ayham si è dato da fare per aiutare gli operatori in lavoretti di manutenzione del centro.
Molti erano i momenti in cui lo sconforto prendeva il sopravvento, il dolore per la perdita di mio fratello e di mio marito erano atroci, ero preoccupata per i miei fratelli lasciati in Siria, per il futuro dei miei figli; infatti anche nel centro SPRAR mi sono fatta aiutare da una psicologa. Anche lei mi è stata molto di aiuto; mi diceva sempre che avevo gli occhi di un colore verde acceso e che risaltavano impetuosi sul mio volto pallido, che osservavo tutto con curiosità, in modo calmo, ma con uno sguardo addolorato che non mi abbandonava mai. Con lei sono riuscita a ricucire i miei dolori ed a convivere. Non dimentico nulla però. Alcune volte la paura mi assale, ma focalizzandomi sul mio futuro riesco a scacciarla via. Rivedo tutto nei miei sogni, mi sento più forte e sento di possedere gli strumenti giusti per affrontare tutto ciò che mi conserverà il futuro.
Oggi con i miei figli siamo in procinto di uscire dal progetto SPRAR, abbiamo trovato una casa lì vicino. . Io ho firmato un contratto di lavoro come aiuto cuoca in un ristorante; mio figlio grande Ayham invece in un forno, gli altri due miei figli Ehab e Obay frequentano la scuola.
Tanti sono i nostri pensieri giornalieri, ci manca tanto casa, la nostra Damasco, la portiamo sempre nel cuore. Il nostro futuro si prospetta più sereno e rimane in me sempre la speranza di ritornare nella mia patria.

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