#Sorrisiall’Orizzonte: Safia – “Da Odontoiatra a rifugiata”

Mi chiamo Safia ho 28 anni, provengo dallo Yemen, lì conducevo la vita a cui ogni professionista aspira. Avevo concluso la scuola di odontoiatria e poi aperto uno studio privato, avevo acquistato un’auto, e nel weekend svolgevo volontariato presso una comunità di rifugiati e migranti, provenienti da Etiopia e Somalia. Insieme ai miei amici ho fatto volontariato per otto anni. Aiutavamo tutti, senza distinzione: un’esperienza trasformante.

Ero giovane e indipendente, vivevo la mia vita. Mai avrei immaginato che un giorno sarei diventata io stessa una rifugiata. Nel giro di pochi mesi, quella vita che avevo costruito con tanta fatica, è stata sconvolta dalle incursioni dei ribelli che hanno preso il controllo della mia città, Sana’a. Per questo sono stata costretta a fuggire, insieme a mia sorella. Non avevo scelta, non potevo rimanere.

Tutto è iniziato quando i ribelli “Houthi” (anche chiamati “partigiani di Allah”, aderiscono ad una corrente minoritaria dello Sciismo) hanno istituito i posti di blocco. Da quel momento hanno vietato alle donne di guidare la macchina e ci hanno costretto ad indossare il “Niqab” (un velo presente nella tradizione araba preislamica e in quella islamica, che copre l’intero corpo della donna, compreso il volto, lasciando scoperti solo gli occhi). Ci avevano private di ogni libertà!

I ribelli consideravano noi donne alla stregua di oggetti, come sedie o finestre. Col tempo mi sono accorta che, in paese, erano cominciate a sparire donne e ragazze. Ho scoperto anche, che una certa persona mi voleva prendere come serva e schiava sessuale. La paura, quindi, ha preso il sopravvento.

Con il passare dei mesi, le incursioni aeree e gli attacchi di terra si sono fatti sempre più frequenti a causa del conflitto in corso a San’a. Sono scappata così in fretta, che mi è sembrato di vivere un sogno. Insieme a mia sorella, un anno più grande di me, siamo partite con in spalla uno zaino riempito di qualche biscotto, quattro vestiti e il mio foulard preferito, così abbiamo lasciato San’a per il porto più vicino. Lì ognuno di noi ha pagato 300 dollari per avere un posto in barca; eravamo circa cento persone su quel barcone diretto a Gibuti. Dopo quattro giorni di mare, abbiamo viaggiato per altri due giorni, lungo la strada per raggiungere Addis Abeba.

Non ero affatto preparata a lasciare lo Yemen. Ce ne siamo andate così in fretta, che non ho preso con me il diploma di laurea né altri certificati. Non pensavo proprio di farcela ad arrivare in Etiopia. Ero convinta che saremmo morte in mare. Siamo state fortunatissime a sopravvivere.

Una volta arrivate a Addis Abeba siamo state registrate presso l’UNHCR, e siamo entrate a far parte di un gruppo di 6.000 rifugiati urbani registrati lì. La maggior parte dei rifugiati residenti in Etiopia vive in campi per rifugiati distinti per nazionalità̀, nessun campo, però, è stato finora immaginato per accogliere il più̀ recente flusso di migranti yemeniti dovuto alle incursioni dei ribelli che ha provocato la più grande carestia degli ultimi 100 anni!

Lì ad ad Addis Abeba non mi è stato consentito di svolgere la professione a causa delle severe norme vigenti. Purtroppo il diploma per cui ho tanto studiato era rimasto appeso lì, alla parete del mio studio, inutile!

Dopo parecchi mesi, io e mia sorella abbiamo deciso di metterci in cammino verso l’Egitto. Avevamo sentito da alcuni rifugiati del campo di Addis Abeba, che in quel paese, partivano barconi con destinazione l’Italia e che forse potevamo sperare in una vita migliore. Così abbiamo attraversato l’Eritrea, poi il Sudan e qui per due anni, siamo state ospiti di alcuni gentili connazionali. Nel frattempo abbiamo lavorato come cameriere, per racimolare i soldi per il barcone.

Appena avuta la somma, siamo partite alla volta dell’Egitto. Abbiamo attraversato questo territorio a piedi e con mezzi di fortuna ed arrivate a  “Porto Said” siamo salite sul primo barcone che salpava, seppur il mare era mosso ed il tempo turbolento. Dopo alcuni giorni di navigazione, con il supporto della Croce Rossa Italiana, siamo sbarcati al porto di Reggio Calabria, qui loro si sono presi cura di noi con visite mediche, vestiario pulito, rifornimento di cibo e acqua.

Io e mia sorella siamo state trasferite in un CAS (Centro Accoglienza Straordinaria) di Reggio Calabria dove siamo rimaste per 6 mesi, dopo poco tempo abbiamo inoltrato la domanda di Protezione Internazionale, nel contempo abbiamo partecipato ai corsi di alfabetizzazione di italiano del centro.

In questi mesi abbiamo stretto diverse amicizie con il personale dell’equipe del centro, con altri rifugiati e con alcune persone di Reggio Calabria.

Dopo aver sostenuto l’audizione in Commissione Territoriale ed aver ottenuto la Protezione Internazionale, siamo state trasferite in uno SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) nella provincia di Catanzaro. In questo anno di permanenza nello SPRAR abbiamo potuto continuare con i corsi di alfabetizzazione in struttura, ci siamo iscritte a scuola, abbiamo seguito dei laboratori (cucina, informatica, educazione alla salute). Abbiamo seguito anche dei colloqui con la psicologa e l’assistente sociale del centro per monitorare la nostra salute psichica e sociale. L’equipe del centro ha attivato due tirocini formativi, uno per me e uno per mia sorella, in un ristorante del paese. A fine tirocinio il titolare del ristorante, ha stipulato con noi un contratto di lavoro. Ora uscite dal progetto SPRAR, abbiamo fittato un appartamento, che condividiamo con altre due ragazze.

Io e mia sorella siamo più tranquille, ci manca comunque, la nostra città Sana’a, la nostra casa ed i nostri parenti. I nostri genitori ci proteggono dal cielo e li sentiamo vicini, loro sono morti nei primi bombardamenti, tre anni fa. Siamo rimaste sole, io e lei.

Non so cosa ci riservi il futuro, per ora abbiamo deciso di vivere pensando a tempi brevi, ma quando chiudo gli occhi, vedo un domani migliore. Non posso negare però che quando penso alla vita di un tempo, mi sento molto triste e vuota, anche se so che quello che conta davvero è la sicurezza della libertà, che oggi sento di avere.

So che la strada è molto lunga e ripida, un giorno vorrei avere la possibilità di integrare gli studi, per abilitarmi in Italia alla professione di odontoiatra e con la mia determinazione spero di raggiungere anche questo obiettivo. Infine spero anche che la pace possa giungere nelle mie terre d’origine e che i nostri popoli possano vivere più serenamente in patria.

A cura di Elisa Servello

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