#Sorrisiall’Orizzonte: Amari – “Dallo sfruttamento alla rinascita”

Mi chiamo Amari e ho 24 anni, provengo da un paese del Mali. La mia famiglia è composta da mio padre, mia madre e dai miei 5 fratelli. Io sono il più piccolo della famiglia e loro hanno investito molto per il mio futuro, proprio perché nel mio paese vivevamo in una situazione difficile. Mio papà era un agricoltore ed aveva diversi appezzamenti di terra, ma anche con queste risorse era molto difficile mantenere una famiglia composta da 8 persone. Mia madre oltre a seguire noi figli, aiutava mio padre e nel contempo accudiva i miei nonni.

A me sarebbe piaciuto molto studiare, purtroppo ho dovuto lasciare la scuola quando la forte crisi economica ha messo in grossa difficoltà la mia famiglia. Nel tempo la situazione è diventata sempre più difficile, perché col passare degli anni i nostri terreni si facevano sempre più aridi a causa della poca acqua. Questa condizione non ci permetteva di avere buoni raccolti di cereali come nei tempi passati, con la conseguenza che era diventato sempre più difficile mantenere la famiglia. Mio padre aveva dovuto licenziare gli operai che lavoravano per lui, così noi figli abbiamo rinunciato alla scuola per aiutarlo nella coltivazione dei pochi campi rimasti. Questo sacrificio non è bastato, pian piano da famiglia agiata eravamo diventati poverissimi e questo mortificava molto mio padre che per la forte sofferenza si è ammalato di cuore.

Così un giorno hanno deciso che era arrivato il momento per me di andare via dal Mali, alla ricerca di una vita migliore. Con grande sacrificio hanno venduto i  nostri terreni ad una società estera e con i pochi ricavi hanno organizzato la mia partenza. Per loro, il mio viaggio significava la possibilità di donarmi una nuova vita, ma nel contempo di assicurare a loro un sostegno per andare avanti. Quindi a malincuore, sono partito alla volta del Niger e poi della Libia, il percorso è stato un susseguirsi di tappe, ad ognuna di essa venivo consegnato a nuove “guide” a cui pagavo il “pedaggio”. Nel mio tragitto, fatto di mezzi di fortuna, soste imprevedibili, giacigli negli angoli di strada, ho conosciuto tante persone, che come me, hanno sfidato il destino.

Arrivato in Libia, sono stato portato in un capannone, qui sono rimasto bloccato per un lungo periodo, insieme ad altre 30/40 persone, ci trattavano come animali, un bagno per tutti, poca acqua e poco cibo. Questi trafficanti rimandavano di volta in volta la mia partenza, perché non potevo pagare la somma che pretendevano, per farmi proseguire il viaggio. Io purtroppo avevo speso tutto!

Dopo qualche mese, stanco, debole e demoralizzato sono scappato. Così ho cercato lavoro ed un posto alternativo dove dormire, in attesa di racimolare quanto mi serviva per imbarcarmi, ma non è stato facile. I libici che ho incontrato, hanno approfittano della mia situazione per farmi fare lavori pesanti con un compenso minimo. Ho resistito perché avevo una impegno con la mia famiglia, ma tante volte avrei voluto riprendere la strada del ritorno.

Dopo un anno di sacrifici, in un ambiente difficile da descrivere per la pericolosità  della vita, una notte finalmente sono riuscito ad imbarcarmi per l’Italia, assieme ad un ragazzo con cui avevo stretto amicizia.

Era inverno ed il viaggio è stato lungo anche a causa del mare agitato e della pioggia battente. Eravamo tutti stretti in questo barcone; uomini, donne e bambini. C’era chi pregava, chi dormiva, chi piangeva. Quelli che si lamentavano o che rispondevano male, venivano picchiati e spostati nella stiva, al buio e con poca aria.

Tutti i profughi raccontano le difficoltà ed i pericoli del viaggio in mare, ma io credo che le parole non possono spiegare quello che si prova quando ci si sente deboli e disperati fra le onde alte. La debolezza, l’acqua del mare che si asciuga sul tuo viso, l’odore fetido misto a quello del carburante, la fame, la sete ti sovrastano e mentre pensi di morire, senti la voce di tua madre che ti dice: “Amari abbiamo bisogno di te”, allora raccogli le ultime forze stringi i pugni e preghi nella speranza di poter salvare la tua famiglia. Ti sembrerà strano, ma quella voce è come un’iniezione di vitamine che ti fa allungare le forze nello strazio del viaggio.

Nel mio caso, dopo diversi giorni di angoscia, siamo stati salvati dalla nave di una ONG che ci ha aiutato e portato al porto di Lampedusa. Siamo stati visitati e rifocillati di acqua, cibo e coperte. Io e il mio amico, siamo stati trasferiti in un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) nella provincia di Bari. Qui siamo stati ospiti per un anno e dopo l’audizione della Commissione Territoriale di Governo abbiamo ottenuto la protezione umanitaria.

Finalmente, immaginavo, avrei potuto aiutare la mia famiglia e pensare ad una vita più serena per me, così pieno di entusiasmo ho iniziato a studiare l’italiano ed a cercare lavoro. Devo dire che la permanenza nel CAS é stata una benedizione, perché finalmente potevo parlare con persone oneste e ben disposte nei nostri confronti. Dopo l’esperienza della Libia questo soggiorno sembrava il paradiso. Avevo però da pensare alla mia famiglia che di giorno in giorno vedeva aumentare la difficoltà di sopravvivenza, mio padre mi raccontava di come i semi messi a dimora nell’unico appezzamento di terreno rimasto, non germogliavano e di quanti sforzi facevano tutti per far arrivare un po’ d’acqua. Pensavo che se avessi potuto mandare un poco di soldi alla mia famiglia,  mio padre ed i miei fratelli avrebbero potuto trasportare l’acqua con le tubazioni dal nord del Mali è così avrebbero potuto ricomprare i terreni e riprendere a coltivare la terra e alla fine anche io sarei potuto tornare lì.

Durante questo anno ho avuto modo di vedere che alcuni amici trovavano dei lavoretti senza contratto. Così ho iniziato a lavorare anche io ai semafori della città vendendo fazzoletti, accendini, ombrelli e qualche volta proponendomi come lavavetri. Nel mio paese se ti chiamano saltuariamente a lavorare senza contratto, non sei contro le regole del governo, ma qui in Italia mi avevano detto che le regole erano diverse. Avevo bisogno di soldi per cui ho accettato senza far trapelare nulla agli operatori del CAS.

Purtroppo per me, sono finito in un giro di sfruttamento, così ogni volta dividevo il poco guadagno con chi mi dava il lavoro e se non mi presentavo venivo minacciato ed anche malmenato. Io però dovevo seguire anche gli impegni che mi proponevano gli operatori del CAS e non potevo trovare sempre scuse. Nel frattempo i miei genitori erano diventati sempre più pressanti nel sapere cosa stessi facendo in Italia, non potevo però spiegargli che vivevo in questo modo, quindi gli raccontavo bugie.

Col passare del tempo l’ansia mi assaliva anche di notte, finché un giorno ho avuto una forte crisi e sono stato portato in pronto soccorso, qui i medici hanno detto che avevo avuto un attacco di panico. Per fortuna dopo qualche giorno sono stato trasferito in uno SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) della Calabria.

In questo centro ho chiesto aiuto agli operatori perché gli attacchi di panico erano molto frequenti e loro se ne erano accorti, avevo paura di essere rintracciato dai miei ex datori di lavoro, essendo partito senza avvisare e senza dare la quota del guadagno. Loro mi sono stati molto di aiuto e hanno compreso le mie angosce, oltre che favorito l’integrazione nei gruppi giovanili del paese. Ho seguito anche un percorso con la psicologa del centro; inoltre ho frequentato la scuola e preso la licenza media. Le comunicazioni con i miei genitori sono migliorate con il tempo e quando ho detto a loro che avevo ripreso gli studi, ho sentito la voce di mio padre tremare, mentre mia madre piangeva per la gioia. Più avanti ho seguito anche un tirocinio formativo in una pasticceria del posto, ora lavoro proprio qui e questa volta ho un  contratto e vivo in una piccola casetta con alcuni amici africani e non sono più nel progetto SPRAR.

Frequento la scuola serale così da poter prendere il diploma di scuola superiore, mi piacerebbe in seguito potermi iscrivere alla facoltà di mediazione linguistica dell’università per stranieri di Reggio Calabria e così da poter concludere il mio percorso di studi.

Molte volte vado a far visita agli operatori che per me sono diventati una seconda famiglia, offro il mio aiuto attraverso l’interpretariato e la mediazione culturale. Oggi, finalmente posso aiutare economicamente la mia famiglia e pensare ad un futuro rientro in patria.

A cura di Elisa Servello

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