#Sorrisiall’Orizzonte: un sarto venuto da Kabul

Mi chiamo Ramir e sono arrivato in Italia su un barcone. Era il 2004 e sono sbarcato su quello che voi chiamate litorale ionico insieme ad altri 54 amici, alcuni di loro minorenni.

Quando siamo arrivati gli scafisti ci hanno detto di buttarci in mare per arrivare alla spiaggia. Io, per fortuna, sapevo nuotare. Altri hanno opposto resistenza, così sono stati spinti in acqua; un ragazzo era terrorizzato perché non sapeva nuotare. Urlava ed urlava, ma lo hanno spinto lo stesso. Sono stato tormentato per due anni da quest’immagine; ci sono voluti due anni perché i genitori del mio amico potessero avere la sua salma. Adesso non mi tormenta più, ma è un ricordo amaro nella mia mente, insieme a tanti altri.

Mi capita ancora che i ricordi mi arrivino all’improvviso, di notte: quando il vento fa sbattere una finestra mi sveglio di soprassalto, e mi sembra di trovarmi ancora lì, nel mio paese, in quella notte tremenda. Quella notte in cui le “guardie” entrarono in casa, cercando forse un fuggiasco, ed iniziarono a sparare. Senza motivi, solo spari. Mi ero nascosto nel letto di mia madre, avevo paura. Quando tornò il silenzio vidi il corpo di mia madre, pieno di sangue. Sono anni che nel mio paese non si vive più bene; era per questo che mio padre aveva deciso che saremmo andati in Pakistan. Troppo tardi adesso: mia madre è morta, ignoro dove si trovino mio padre ed i miei fratelli; forse sono morti anche loro, forse sono vivi. Non lo so.

Io sono partito dall’Afghanistan con mio zio, il fratello di mio padre. Quello non era un paese sicuro; sono andato in Turchia da solo, mio zio non poteva proseguire il viaggio. Ho passato notti fredde sulle montagne, avevo paura dei banditi; assalivano le persone come noi, senza niente, e molti di noi restavano uccisi nello scontro. Alcuni venivano picchiati, ed erano fortunati.

Quando sono arrivato in Italia all’inizio andava tutto bene: mi hanno detto che ero un rifugiato, ho lavorato un po’ come sarto. Ho imparato il mestiere da mio zio, un tessitore di tappeti. Sono anche entrato nel progetto SPRAR (Sistema Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati); ho frequentato la scuola di italiano e un corso per poter lavorare. Ho fatto amicizia con tante persone, molte sono andate via ma io sono rimasto lì, dov’ero arrivato con il barcone, perché mi sentivo a casa. Il mare, però, mi rende triste: penso al mio compagno di viaggio; e quando lo faccio il mare mi riempie il cuore d’angoscia.

Poi, dopo 5 anni, ho scelto di ripartire ancora ed andare via, verso il nord Italia, per costruirmi un futuro. E’ stata una scelta difficile, che mi preoccupava, ma sapevo che il mare e la mia spiaggia sarebbero sempre stati lì, ed io sarei sempre stato a casa.

Nella grande città ho trovato dei conoscenti, che mi hanno aiutano. I tempi sono duri, ma cerco di stare lontano dai brutti lavori. Mi accontento di poco, non ho paura dei sacrifici e cerco di non essere triste. Trovo finalmente un corso di sartoria e, dopo 4 anni, sono titolare di un piccolo negozio. I miei clienti mi fanno i complimenti: dicono che sono preciso, e questo mi piace.

Il 10 giugno è il giorno in cui ho aperto il mio negozio, ed ogni anno faccio festa: è un grande traguardo per me. La sartoria è come una madre, che mi avvolge tra le sue braccia; con lei mi sento protetto e sicuro anche nei momenti di sconforto.

Oggi questa è la mia casa, il luogo da cui parte il mio futuro. Il mare e gli amici sono sempre là, pronti a ricevermi; l’Afghanistan invece, anche se lontano, è nel cuore grazie alle persone care, che sono rimaste lì o delle quali non ho più notizie.

Elisa Servello

Forse ti interessa anche:


ISCRIVITI ALLA NOSTRA

NEWSLETTER!

 

Commenti

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *