#TRIVELLE SI o NO? 10 cose da sapere per votare informati.

Domenica 17 aprile 2016 si terrà il cosiddetto referendum (abrogativo) sulle trivelle, il primo nella storia del nostro Paese; un’occasione unica per esprimere il nostro parere, favorevole o contrario, sui permessi per l’estrazione di idrocarburi (gas o petrolio) in mare entro le 12 miglia (circa 22 km) dalle coste fino ad esaurimento del giacimento, come avviene attualmente, oppure fino al termine della concessione. Ma quali sono le 10 cose da sapere per votare informati?

1. Cos’è un referendum abrogativo?

Il referendum abrogativo è una tipologia di iniziativa referendaria che propone all’elettorato l’abolizione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge.

Questa votazione per essere valida necessita il raggiungimento di un numero minimo (quorum) di elettori che si recano alle urne. Questo limite è fissato nella maggioranza dei voti (validamente espressi) degli aventi diritto al voto.

Se vincono i SI, la legge (o atto avente valore di legge) viene abrogata, se vince il NO viene mantenuta.

2. Quesito

Nella scheda di voto che vi troverete di fronte il prossimo 17 aprile leggerete quanto segue:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”? 

3. Cosa significa?

Se non ci avete capito nulla non temete, siamo in due! Per semplificarla, vi sarà chiesto di cancellare (se si vota SI) o mantenere (se si vota NO) solo la frase in rosso riportata nel testo (articolo 6, comma 17 del Testo Unico Ambientale) che segue:

“Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attività di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale”.

4.        Cosa succede se vince il SI o il NO?

Gli italiani saranno quindi chiamati a pronunciarsi riguardo al rinnovo (ogni 6 anni) o meno delle concessioni per attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi gassosi o liquidi (gas e petrolio) nelle piattaforme esistenti in aree marine entro 12 miglia (circa 22 km) dalla costa italiana.

  • Se vince il SI (abrogazione), si blocca tale rinnovo: allo scadere dei contratti di concessione in essere non sarà più possibile sfruttare i giacimenti situati nelle aree marine comprese entro le 12 miglia dalla costa nonostante essi contengano ancora gas o petrolio.
  • Se vince il NO (mantenimento): si lascia immutato l’articolo 6, comma 17 del Testo Unico Ambientale (vedi punto 3), consentendo il proseguimento nell’estrazione degli idrocarburi dalle piattaforme già esistenti, entro le 12 miglia fino all’esaurimento del giacimento interessato.

5. QUALI, QUANTE e DOVE sono gli impianti di estrazione coinvolti dal referendum?

Iniziamo con il sottolineare che il referendum abrogativo del 17 aprile riguarda SOLO le piattaforme di estrazione posizionate ENTRO le 12 miglia nautiche dalle coste italiane, pertanto tutte quelle oltre tale distanza NON saranno in alcun modo interessate dall’esito di questo voto.

Inoltre, il referendum non avrà alcun effetto sulle nuove trivellazioni (la costruzione di piattaforme entro le 12 miglia è vietata dal 2006), sulle altre piattaforme già esistenti situate oltre il limite delle 12 miglia, e nemmeno sui più numerosi impianti estrattivi collocati sulla terraferma.

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Secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, sono 92 le piattaforme posizionate entro il limite delle 12 miglia nautiche. Tuttavia, se tra queste si considerano solo quelle effettivamente eroganti, il numero scende a 48, corrispondenti a 26 concessioni distribuite tra l’Adriatico, Ionio e canale di Sicilia.

6. Qual è l’impatto sul futuro energetico del nostro Paese?

Ad oggi le piattaforme coinvolte dall’esito del referendum del 17 aprile producono il 27% del gas ed il 9% del greggio totale estratti in Italia, con una produzione di 1.84 miliardi smc (standar metri cubi) di gas e 542.881 tonnellate di petrolio nel 2015.

Da queste cifre si evidenzia quanto, al di là del segnale politico, sia marginale l’esito di questo referendum dal punto di vista della prospettiva energetica del nostro Paese.

7. Quanto consumano gli italiani?

Nel 2014 i consumi di petrolio in Italia sono stati circa 57.3 milioni di tonnellate che, secondo i calcoli di Legambiente, corrispondono ad un’incidenza, da parte delle piattaforme entro le 12 miglia, dello 0.95% del fabbisogno nazionale; mentre per quanto riguarda i consumi di gas le cifre si attestano intorno ai 62 miliardi di Smc consumati, di cui l’incidenza delle piattaforme soggette al referendum si attesta attorno al 3% del fabbisogno nazionale.

8. Le attività estrattive possono causare terremoti?

Uno degli aspetti che suscita maggiormente l’attenzione sul referendum è quello relativo ai pericoli sismici che potrebbero causare le trivellazioni. In effetti, dalla letteratura scientifica degli ultimi vent’anni si evince come la correlazione tra l’attività estrattiva e gli eventi sismici sia ancora poco chiara. Tuttavia, la conclusione condivisa da molti rapporti tecnici è che la coltivazione di idrocarburi possa nella peggiore delle ipotesi favorire l’innesco di una sequenza sismica, ma in alcun modo generare da sola un terremoto.

In Italia, più precisamente a Val d’Agri (Pianura Padana), è stato documentato solo un caso di sequenza sismica indotta dall’attività estrattiva con una magnitudo massima pari a 2.

In ogni caso, fino ad oggi in Italia i casi di sisma indotti dall’attività estrattiva hanno sempre avuto una magnitudo molto bassa che risulta irrisoria rispetto alla quantità di eventi sismici naturali che avvengono nel nostro Paese: la zona Adriatica, la più ricca di pozzi petroliferi, ha registrato solo eventi sismici naturali, addirittura antecedenti all’installazione di piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi, come il terremoto del 1916 a Rimini.

I terremoti indotti che devono suscitare maggior preoccupazione sono quelli che avvengono in territori non sismici, come l’Oklahoma o l’Olanda dove non esistono edifici antisismici.

9. Le piattaforme di estrazione sono una minaccia per l’ambiente?

Il secondo aspetto che preoccupa maggiormente è quello relativo all’impatto che possibili incidenti durante l’attività estrattiva potrebbero avere sull’ecosistema circostante e di conseguenza sulla nostra salute.

Circa lo 0.4% delle riserve mondiali di petrolio e gas si trovano all’interno del bacino del Mediterraneo, questo è il motivo per il quale numerose aziende petrolifere sono interessate ad investire nel territorio marino italiano. Basti pensare che in tutta Italia le attività estrattive di petrolio e di gas sono circa 1200, di cui solo poco più di un centinaio si trovano in mare (vedi punto 5).

Molti degli impatti delle attività offshore sugli ambienti marini sono incerti, a causa delle complesse interazioni esistenti tra le diverse specie all’interno degli ecosistemi marini e le difficoltà associate alla conduzione di ricerche in profondità. Vi è una limitata comprensione scientifica degli effetti del petrolio sugli organismi marini, i sistemi e i processi biologici, ma gli impatti diretti potrebbero includere la morte di una grande varietà di specie marine, disturbi comportamentali, emissione nell’aria di sostanze chimiche, abbassamento delle concentrazioni di ossigeno in acqua ed effetti tossici dei prodotti chimici utilizzati per disperdere il petrolio.

Nonostante l’esile disponibilità di prove certe, è chiaro che un qualsiasi incidente in mare porterebbe a conseguenze di vasta portata nei confronti dell’ambiente marino costiero e non solo. Uno sversamento accidentale di idrocarburi porterebbe ad effetti negativi importanti a lungo termine per l’ambiente locale e per i suoi abitanti data la complessa interconnessione tra reti alimentari e cicli dei nutrienti.

Oltre alla possibile fuoriuscita di petrolio i rischi potenziali posti dalle attività off-shore sono caratterizzate da: rumore, disturbi geologici e dei fondali marini causati da esplosioni e perforazioni, detriti di perforazione, acque reflue.

Dall’altra parte è anche vero che le formazioni geologiche sottomarine formano habitat e condizioni ambientali particolari che favoriscono lo sviluppo e il mantenimento di una grande biodiversità. È importante dunque domandarsi quanto l’alterazione di tali luoghi, in seguito all’attività antropica, possa influire sull’equilibrio ecologico e ambientale. Pertanto in assenza di incidenti, l’impatto ambientale dato dalla presenza di attività estrattive rimane ancora controverso.

10. Conclusioni

La decisione di intraprendere l’esplorazione off-shore e di continuare attività di estrazione di idrocarburi non dipende soltanto dai possibili impatti ambientali ma anche dai risvolti economici e sociali che l’esito di questo referendum potrebbe avere. Per questo motivo, sarebbe necessario fare un’accurata analisi costi-benefici.

In particolare, un quesito da porsi dovrebbe essere quello di capire quanto i costi ambientali di un rinnovo delle concessioni andrebbero a ripercuotersi non solo positivamente sull’economia energetica ma anche sull’impatto negativo nei confronti del turismo costiero delle aree interessate.

Il messaggio che passa riguardo all’estrema negatività di un possibile rinnovo delle concessioni ai fini del referendum è sovrastimato in termini di importanza in quanto su 135 piattaforme marine solo 45 corrispondo a strutture estrattive collocate entro le 12 miglia. La risposta referendaria avrà potere di agire solo su questi e, in caso di SI, gli effetti si vedranno solo quando scadranno le concessioni; mentre tutte le restanti attività estrattive off-shore (in mare) e on-shore (sulla terraferma) continueranno, a prescindere dal risultato del referendum.

Pertanto, il vero quesito che il Governo italiano dovrebbe porsi è: che tipo di politica energetica vuole intraprendere per il futuro dell’Italia nel medio-lungo termine?

È vero che la parziale autonomia energetica garantita dal gas metano e dal petrolio prodotta internamente a livello nazionale garantisce un presente energetico, ma il futuro si fonda su basi energetiche completamente diverse, come dimostrato dagli indirizzi intrapresi dai paesi Arabi (leader nel settore petrolifero) che da anni stanno investendo in maniera importante sullo sviluppo delle energie rinnovabili.

Ad ogni modo è un dovere dei cittadini italiani presentarsi nei Comuni per sottoporsi al quesito referendario e cominciare a dare un segnale forte per il futuro energetico nel nostro Bel Paese.

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