Chiamatemi Ottavia.

“La società ti accetta solo se ti sei ‘normalizzato’ ai suoi occhi. Solo se il tuo aspetto è diventato ‘passabile’”

Sono queste le parole di Ottavia, che riesce ad abbracciare appieno la sua sessualità. Il suo cambiamento è iniziato a 45 anni, con una moglie e dei figli alle spalle. La sua famiglia l’ha sempre supportata, pur nella criticità di una situazione simile.

“Per tanto tempo mi sono svegliata la mattina con l’angoscia che fosse solo una mia impressione che tutto andava bene. Sapevo che durante l’adolescenza poteva essere una cosa complessa scoprire di avere un padre transessuale. Mi sono resa conto però che per i ragazzi questa è una cosa molto più normale di quanto non si possa pensare. È stato un evento che ha avuto un impatto, certo, ma l’abbiamo affrontato e superato”.

Una donna nell’aspetto, ma non suoi documenti: “È una battaglia politica che porto avanti sul mio corpo. Non c’è una consequenzialità tra l’intervento ed essere maschio o femmina. Non è una fissazione per la quale non dormo la notte il fatto che sulla mia patente non ci sia un nome femminile, ma un’esigenza oggettiva che proviene dal contesto, dalle difficoltà di girare con un documento che non rappresenta il mio aspetto. Farò l’intervento solo dopo aver ottenuto la riattribuzione anagrafica. Dei nostri corpi dovremmo essere liberi di decidere noi”.

Noi, ovviamente, siamo con lei.

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