Mio adorato amore, per favore non morire.

Immaginate di trovarvi in mare, dopo una fuga lunga e disperata dalla guerra, dalla fame e dalla povertà. Immaginate di dover scrivere a loro, i vostri cari. E immaginate di non sapere se riuscirete a sopravvivere per imbucare i vostri sentimenti.

Sì, parliamo di lettere. Le avevano con sé, come se fossero il loro tesoro più grande, le loro reliquie. Alcune erano addirittura sigillate. Lettere d’amore, d’amicizia e di speranza, inviate dai tutti quei migranti che cercavano un qualcosa di più, una vita nuova. Lettere che non sono mai arrivate a destinazione perché chi le ha scritte è morto nella traversata.

Un giornalista di New York le ha raccolte, pubblicate, trovandole persino in un pacchettino di sigarette.  La Repubblica le ha poi pubblicate, dando il via, almeno a me, a numerosi lacrimoni.

Non voglio perdermi in inutili sentimentalismo, nè in speculazioni politiche o filosofiche. L’amore è amore. E nessun politico riuscirà mai a dire qualcosa di più importante di un “ti amo” scritto su un pezzo di carta, appallottolato nel taschino, che in mezzo al mare rappresenta l’unico pensiero felice.

Vi lascio con la lettera di Samir che, come ogni amore, non ha bisogno di alcun commento.

Mio adorato amore, per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta. Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro. Ti amo, tuo per sempre Samir

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